§4
Aprii gli occhi. Che differenza tra il mondo irreale ma splendente del sogno e la realtà fatta di una piccola stanza, spoglia, anonima. L’alba era arrivata, sorprendendomi nelle ultime brume di un sonno profondo, come non mi capitava da molto tempo oramai. I primi raggi di sole arrivarono sul mio viso piano piano, illuminando con lentezza esasperata ogni centimetro della mia pelle, prima di arrivare a cercare i miei occhi; donandomi la straordinaria, piacevole sensazione di una carezza, con un tocco lieve, come un volo di farfalla.
Richiusi gli occhi. Volevo continuare il sogno: re-immergermi in quell’atmosfera caratterizzata da un abbandono languido, fatta da sospiri e intimità. Con gli occhi chiusi sul mondo circostante, tutta proiettata in quel momento che avrei voluto eterno potei verificare, tangibile, la presenza di lui. Lo colsi nella morbidezza del sonno, sentivo il suo respiro regolare che seguiva lo stesso ritmo del mio. La sua mano ancora cingeva la mia vita dandomi quell’illusione di protezione, la stessa che mi aveva attratto irrimediabilmente verso di lui. Non osavo muovermi per non rompere l’incantesimo di due anime unite da un fortissimo legame spirituale, oltre che fisico. Le sue labbra increspate da un sorriso dolce, caldo mi fecero riprovare l’estasi dei momenti precedenti, quando l’ empireo era arrivato sotto forma di abbraccio forte e tremante, in un caleidoscopio di colori. Era stata la mia prima volta. Mai mi era stato dato in precedenza di poter esplorare così a fondo gli abissi dell’ appagamento.
Come in sensuale e delicato movie, negli attimi successivi era esplosa una tenerezza lieve, fatta di respiri l’uno sull’altro, di carezze che seguivano il contorno del cuore.
<<mi piace il tuo sorriso indifeso, annegherei nei tuoi occhi veri>>
<<ed io adoro i tuoi occhi dolcissimi, vivi e immobili allo stesso tempo, per me sono roccia scoscesa, sono calamai di poesia>>
Mi ricordai di alcuni versi, ascoltati una sera più triste delle altre. in una città sconosciuta dalle nebbie abituali. Versi recitati da un animo troppo sensibile per essere umano e troppo sofferente per essere un angelo. Glieli declamai in un sussurro:
…il vento del sud scrolla e devasta il tuo pergolato di glicini.
Ne piombano a terra i corimbi, chicchi violetti di grandine,
pesanti d'un peso di morte.
Così a te traboccan dagli occhi,
nell'ora del torbido amore, le lacrime;
ma non si raccoglie il pianto d'amore,
non si raccolgono i fiori caduti del glicine. (*)
Ad un tratto uno strano silenzio aveva scemato il nostro dire: un silenzio rotto solo dal suono delle carezze sul corpo e dalla consapevolezza della provvisorietà del nostro essere. Ascoltava in silenzio, come solo un cuore che conosce la poesia può.
Il suo indice seguiva il contorno della mia bocca dischiusa, scolpiva i miei ambiti oftalmici, la fronte alta e ricca di rugiada, i lunghi capelli sparsi sul cuscino a formare improbabili onde marine venate di bianco. Una sua mano scese a coprirmi gli occhi, quasi preparandomi alle parole di asprodolce lirismo, che avevano qualcosa di ferino, che seguirono:
... e intanto era aprile,
e il glicine era qui, a rifiorire.
Prepotente, feroce
rinasci, e di colpo, in una notte, copri
un intera parete appena alzata, il muro
principesco di un ocra
screpolato al nuovo sole che lo cuoce ...
E basti tu, col tuo profumo, oscuro,
caduco rampicante, a farmi puro…
Tu che brutale ritorni,
non ringiovanito, ma addirittura rinato,
furia della natura, dolcissima,
mi stronchi uomo già stroncato
da una serie di miserabili giorni,
ti sporgi sopra i miei riaperti abissi,
profumi vergine sul mio eclissi,
antica sensualità . . . (**)
Queste parole forti, sentite, vissute pur se non sue mi sorpresero, donandomi l’esatta dimensione del suo tormento, che pian piano diventò il mio. Due anime avvinte dalla poesia, divise dall’ineluttabile quotidianità, riflettei.
L’incantesimo si era incrinato. Riaprii gli occhi sulla mia quotidianità sofferente in quella stanza scialba, in quel paese semisconosciuto ed ancora semi addormentato; giocoforza ritornai come per un sottile, atroce gioco del destino li, sotto quel portico, invasi da quel profumo forte e dolce, quando davanti a quella porta chiusa, avevo intuito l’inizio e la fine del mio struggimento. Mi alzai, ancora intorpidita dai sogni. Un nuovo giorno iniziava, la mia ricerca continuava…
(*) Solaria – A Negri
(**) La ragione del mio tempo – P. P. Pasolini

Quello che leggete qui è il quarto paragrafo del mio raccontino. Vorrei chiarire un qualcosa che precedentemente forse non era abbastanza chiaro. In questo racconto ci sono mie personali situazioni ed emozioni vissute, sentite ma la storia di per se è frutto solo di immaginazione. La protagonista si trova in un paese sperduto alla ricerca di un "qualcosa". Ha vissuto, e sta vivendo, un'esperienza davvero straordinaria. Un amore intensissimo che le ha riempito e sconvolto la vita, allo stesso tempo; e questo si arguisce dai continui flashback che la protaginista vive. Ora è a un bivio però. Ecco e qui vi propongo un gioco. Come secondo Voi continuerà la storia? Mi piacerebbe che qualcuno mi desse indicazioni, suggerimenti o situazioni. Perchè "le storie che si scrivono, diceva Neruda, nell'attimo stesso della pubblicazione smettono di essere di chi le ha scritte e diventano di chi le legge". Un grazie vivissimo a chi vorrà cimentarsi, a tutti un abbraccio.
