giovedì, 30 novembre 2006

PER LA

LA MADONNA di Franti

Eccooo, bravo… così; appoggiala.

In un frammento di secondo lascio il muro su cui sono stato spalmato in attesa negli ultimi dieci minuti e scatto in avanti, braccio sinistro proteso di lato. Lo ficco dentro alla tracolla della macchina fotografica lasciata sul tettino della Uno verdone e la famigliola vede sparire davanti a sé due settimane di abbracci, di bambini che spalettano allegri con la sabbia, di saluti rubizzi lanciati dalla tavola semi sparecchiata. E' una cittadina piccola, questa: probabilmente mi avrà visto già da qualche parte, quella famiglia, probabilmente lui o lei o i loro stronzetti riconosceranno alla quarta o quinta foto segnaletica il tossico di merda che gli ha fottuto la scatola dei ricordi da sotto gli occhi. Bella macchina, tra l'altro, varrà quasi un milione. O di più, chennesò… Continuo a correre per i vicoli in salita e non sento affanno. O meglio, fingo di non sentirlo, perché fermarsi può voler dire farsi beccare, ma soprattutto può voler dire non farsi. Non farsi e basta. Apro la macchina in corsa, srotolo il rullino (fanculo le vacanze, ricordo le mie da bambino e non mi sono mai piaciute) e continuo a darmela a gambe. Arrivo trafelato ad un bar di periferia, avrò corso per un chilometro e mezzo, forse due; stravolto, mi siedo ed ordino un Campari con gin a Luca, che arriva, guarda la macchina fotografica, quindi me e trattiene a stento uno sguardo di disprezzo. Lo fa sempre, ma ogni volta riesce a mascherarlo meno. Il cappio della forca a cui pensa guardandoci lo si può leggere sulle pupille di ogni tossico che frequenta il suo bar. La massima nostra colpa, mi sembra chiaro, è avergli occupato militarmente il locale, che per questo si è svuotato di gente per bene (già, la gente per bene). Qualche cappuccino la mattina, cinque o sei coperti per gli impiegati della banca di fronte e poi comincia la processione senza fine, il suq di gente bianca e magra che va, che viene, che si parla in un orecchio dicendosi sempre le stesse cose: quanta, quanto, dove. Compro una scheda telefonica con su una pubblicità che invita alle vacanze; c'è dell'ironia in tutto questo. Compongo il numero e dopo una decina di squilli che sembra coprire l'intero periodo di tempo che ci volle alla terra a glaciarsi sento la voce incazzata di Alfio all'altro capo del filo.

"Chi è?"

"Sono io. Ho un disco da farti vedere".

Il nostro frasario: una cassetta è refurtiva che vale meno di 500.000 lire, un disco arriva fino ai due milioni, un cd va oltre. Poi c'è il walkman, che sta ad indicare roba di gran valore ma che scotta. Alfio decide come i satrapi dell'antica Persia; non conta un cazzo, lui, ma può permettersi di fare il gradasso con noi, di decidere se prendere o no la refurtiva, se, quando e quanto pagarci. Spero che muoia, per non vedere più quella sua faccia di cazzo che ghigna una superiorità da jena; la merda autoproclamatasi ostia. Comunque sia, arrivo sotto casa sua, fingo sicurezza ed entro nell'androne; salgo le scale a tre a tre dopo aver acceso la luce. Penombra anche così, e un tanfo di umidità e broccoli lessi che prende allo stomaco. Mancini e Baldi, primo piano, rag. Ferretti (hai una sfiga così grossa da maneggiare i soldi conto terzi e ce lo scrivi pure sulla targhetta?) e Hammad secondo, Morini e nessuna indicazione (ho fatto sempre un sacco di fantasie su quell'appartamento privo di indicazioni; scartando l'ipotesi di qualche personaggio famoso, vista la cittadina ed il quartiere-immondizia dove mi trovo, finivo quasi sempre per  pensare ad una battona o a qualche base di brigatisti) e poi, eccolo, il quarto piano, davanti a me: la fine temporanea dei miei problemi. La porta è aperta, Alfio sta aspettando in poltrona, mi è di spalle e vedo solo la sua nuca con i capelli corvini tirati indietro e lisciati col gel. Guarda una cazzo di televendita dove uno che fu famosetto anni fa in canali maggiori si impegna credibilità e faccia nel vendere pozioni magiche per ogni parte del corpo, uccello compreso, sembrerebbe. Che stronzi, tutti e due. Gli arrivo di fianco, allo stronzo in 3D, e gli mostro subito la macchina. Lui finisce di seguire il discorso senza guardarla. Né tantomeno guarda me. Quindi rotea gli occhi di lato, fa una stima fulminea e dice con tutta la calma di cui può disporre un monastero di buddisti: "Duecentomila. Domani".
"Cosa cazzo domani, Alfio? I soldi mi servono adesso. E poi venti carte? Questa vale almeno due milioni e tu mi dai duecento schifose mila lire?" Sto urlando e non me ne accorgo. Errore, grave errore. Alfio non vuole impicci, soprattutto a casa sua. E come sei diventato uno degli eletti che vi può accedere, fai presto a tornare a rivendere la tua refurtiva nel quartiere marocchino per un prezzo dimezzato rispetto alla borsa ricettatori.

Alfio non si volta nemmeno: "Due milioni non le valesse nemmeno le macchine di quello che fotografa le bambine nude con la nebbia (con buona pace degli effetti flou e della presupposta arte di  David Hamilton, hehe, che passa per pedofilo e stop; ma non riesco mica a dargli torto stavolta, a 'sto bacherozzo unto in testa e rotto in culo). Io duecento ti do. E domaaani".

Ci provo, tanto lo so dove saremmo arrivati: "E oggi? Quanto mi puoi dare oggi?"

"Guarda, ho 50.000 mila lire. Di più non tengo"

"Facciamo Cento e bona lé"

Il traccagnotto si alza dalla poltrona, ciabatta fino in cucina e comincia ad armeggiare nei cassetti. Torna con un appallottolamento di banconote ed una risata che invita all'omicidio: "Senti, io posso mettere anche i soldi della spesa di oggi perché non tengo fame. 80.000 mila lire, ma lo faccio perché sei un amico"

"Amico un ciufulo! Vabbè, dai" Gliele tolgo di mano e due secondi dopo sto chiudendomi dietro il portone di quel serpente, non tanto veloce però da non poter ascoltare ancora quella cazzo di voce nasale: "E' sempre un piacere fare affari con te, Gionni"

Gionni. Analfabeta. Da a tutti nomi americani; si crede di vivere in un film di Al Pacino. E invece è una commedia all'italiana virata in tragico. E lui al massimo può essere quello coi baffetti de I soliti ignoti. Con tante scuse all'attore.

 

Arrivo sotto il loggiato che non c'è ancora nessuno. Eppure gliel'avevo detto a Ste' di venire subito. La fatica comincio ad avvertirla tutta d'un colpo. E freddo. D'estate. Sudo e dentro la testa mi passa un serpentone con un'unica parola: "Presto presto presto presto presto presto presto presto". Cammino su e giù torcendomi le mani e grattandomi, mi accendo la prima Camel da quando ho staccato le spalle dal muretto ed aspiro manco fosse un cannone di quella buona. All'altro lato del loggiato, nascosta dietro una colonna vedo Elleesse, la testa piantata contro i mattoni rossi ed un pallore ancora maggiore di quello che si porta addosso di solito......

Ricordo che la continuazione potete leggerla su:

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mercoledì, 29 novembre 2006

PER LA

IL DIO DEL TENNIS   di Lesyeuxdanslesyeux - Dodo712

Dopo vari insuccessi il capo aveva conquistato la presidenza di un piccolo tennis club di provincia e, per celebrare questo avvenimento, aveva organizzato il più classico dei tornei fra i soci al solo scopo di innalzare alla gloria e imperitura fama il suo pupillo, un quasi-diciottenne da tutti ritenuto una promessa del tennis. La scontata vittoria nel piccolo torneo gli avrebbe fruttato un articolo sul giornale locale e, forse, l'attenzione del più importante tennis club della provincia.

Il problema era definire il tabellone. Al primo turno nessuno voleva giocare con lui, per non giocarsi la faccia in una partita dall'esito già scritto, quindi era necessario rispolverare qualcuno che non avesse la minima aspirazione di vittoria, che fosse disposto a farsi allegramente calpestare in campo dal divo e non gliene importasse un fico secco della graduatoria del club. Cioè io. Perciò, fra il sospiro di sollievo di tutti, il primo turno contro il futuro del tennis toscano toccava a me.

 

Mi presentai all'ora prestabilita nella mia solita tenuta trasandata: maglietta con su scritto I love NY dove il rosso del cuore che sostituiva la parola love aveva ormai assunto un colore rosina pallido tanti erano i lavaggi subiti, pantaloncini blu e le mie vecchissime Nike. In mano  una ancor più vecchia racchetta senza pretese.

 

Li vidi arrivare come in un film. Immaginatevi la scena del gruppetto che si avvicina al rallentatore accompagnato dalla colonna sonora de Il Gladiatore. Sul vialetto di accesso avanzavano in quattro. Il padre, forse cinquantenne, sguardo duro, occhi taglienti, appese alle mani sembrava avere due enormi istrici che si rivelarono poi borsoni irti di manici di racchette. Mamma esile dallo sguardo dolce e pacifico che sembrava subire la situazione. Una ragazza decisamente carina, forse la fidanzata del genio, forse sua sorella; teneva in bocca un chupa-chups gigante che ogni tanto tirava fuori dalla cavità bordata di rossetto per poter respirare. E poi lui. Firmatissimo, giovane, biondo, coi riccioli lunghi; sembrava l'incarnazione del dio Apollo che, con la faretra tintinnante di frecce, scende verso la spiaggia di Troia per sterminare gli Achei.

 

Mi presentai col mio miglior sorriso precisando che la cosa si sarebbe risolta in pochi minuti, vista la mia scarsa propensione al gioco del tennis del quale mi interessava solo il palleggio e l'aspetto ludico. Il giovane dio mi strinse mollemente la mano senza guardarmi in faccia mentre il padre esaminava attentamente l'incordatura delle nove racchette che si era portato al seguito. Le mie palline nuove non furono reputate degne di essere colpita da un simile genio per cui giocammo con le sue. In un ulteriore sforzo di accondiscendenza mi offrii, vista la disparità di forze in campo, se il mitico preferiva, di allenarlo sul rovescio o sulle volèes. Da come mi guardò ebbi improvvisamente chiara la situazione: ero solo un immondo, piccolo, insignificante ostacolo che si frapponeva fra il divino e il secondo turno. Indegno persino di una stilla di sudore.

 

Ma io sono un ingenuo e ritengo l'uomo una creatura che cela in sè bontà inaspettate. Apollo fece di tutto per farmi ricredere. Dopo pochi minuti aveva già chiuso il primo set con un umiliante 6-0 senza concedermi nemmeno un gioco, senza nemmeno farmi palleggiare. Ogni colpo un punto! Meglio così, pensai, prima la finiamo prima mi libero di costui.

 

I cambi di campo erano uno spettacolo. L'augusto si sedeva sulla sua sedia mentre suo padre si inginocchiava a massaggiargli le cosce e i polpacci, sua madre frugava nella borsa frigorifero e ne estraeva diversi integratori che sottoponeva alla attenta scelta del figlio. La ragazza carina continuava a succhiare indifferente il suo chupa-chups. Io avevo dimenticato l'acqua.

 

Ormai non c'era dialogo, anzi non c'era mai stato visto che da quando erano spuntati dal vialetto nessuno di loro mi aveva rivolto la parola. Mentre il futuro del tennis mondiale si portava sul 5-0 nel secondo set pensai che in fondo era giusto così, anche se lui, già dotato di tecnica sopraffina e di vertiginosa gioventù, dell'arroganza e del disprezzo per gli altri avrebbe anche potuto fare a meno.

Ma evidentemente esiste un dio degli oppressi, un nume tutelare delle schiappe e delle mezze cartucce. Si manifestò al punto successivo, quando il biondo angelo lanciò un grido e si accasciò presso la rete. Un crampo! Il padre gli teneva la gamba distesa, la madre gli asciugava il sudore, la ragazza masticava sensualmente il solito caramellone. Si trascinò sulla sedia imprecando come uno scaricatore di porto. Ebbe un secondo crampo all'altra gamba. La mamma lo soccorse con una bustina di Polase.....

Ricordo che la continuazione del racconto la trovate su

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martedì, 28 novembre 2006

PER LA

GRAVITA' UNIVERSALE?di Cronomoto

Incipt di Arimanebis - L'acqua aderiva al soffitto. Sospettò che non fosse il suo mondo.

Si era svegliato con il rumore della pioggia, le gocce cadevano lente e pesanti  come mercurio.Richiuse gli occhi immaginando il tetto di quella casa: doveva essere di pietra e lamiera, come quello di una vecchia abitazione di montagna. Sentiva anche il gocciolio scendere lungo una catena, probabilmente di ferro, che avrebbe aiutato l’acqua a defluire verso una cisterna, di pietra anche quella. Si riaddormentò: il corpo sembrava chiedergli ancora riposo.

 

La seconda volta si risvegliò per l’assoluto silenzio. Qualcosa dentro di lui, forse un ricordo lontano, gli suggerì che l’acqua aveva aperto la strada alla neve. Ecco il perché di quel silenzio irreale. Solo qualche goccia scendeva ancora ritmicamente dalla catena.

La stanza era accogliente e calda, ma rimaneva quel particolare che non si spiegava, l’acqua aderiva al soffitto come in un quadro di Escher. Cercò di alzarsi, ma si rese conto solo allora che le braccia e le gambe erano legate al letto. Frugò nella sua memoria, ma questa era come un lenzuolo bianco steso su di lui.

 

Quando riaprì gli occhi per la terza volta, fu per la forza di un sogno, una semplice mela, un’immagine definita nel nulla bianco.Il cuore iniziò a battere più velocemente, quel sogno non poteva che essere una password che veniva dal suo passato. Non ricordava nemmeno se aveva una famiglia, niente del lavoro e dei suoi interessi. Quella mela non sembrava avere alcun significato in quel momento, doveva perciò essere un simbolo, una chiave che si era premunito di lasciare a sé stesso nel caso qualcosa non fosse andato come doveva.

 

Si risvegliò una quarta volta, mentre nel sogno la mela stava cadendo, lentamente, troppo lentamente. Il sonno lo aiutava a ricordare, ma si agitava sempre di più e gli era ormai difficile riaddormentarsi. Passarono molte ore, durante le quali maturò la certezza che quella era la casa della sua infanzia, riconosceva adesso meglio i rumori. Gli scuri delle finestre cigolavano come le alberature di una barca, quante volte da piccolo aveva detto a sua madre: “Mamma, lo senti che siamo su una barca? Il nonno dice che viviamo in montagna, pensa che matto!” Il sole di mezzogiorno aveva sciolto la neve e faceva dilatare la lamiera sul tetto creando degli schiocchi come se un gigante camminasse sopra di loro.

 

Pensò, tra sonno e veglia,  a quando andava a riposare in questa stessa stanza, sotto il piumone, con quel gatto grigio che lo vegliava come un guardiano dei sogni. Immaginò quei due falchi, che ogni pomeriggio, quando il sole era ancora alto, volteggiavano silenziosi sulla casa, per poi scendere la valle con le ali ampie, silenziose e immobili nella loro caccia. Ricordò quella tempesta di neve, che per tre giorni interi tenne la casa isolata dal resto del mondo. Fu in quell’occasione, aveva sette anni, che prese la solenne decisione che da grande avrebbe cercato di tenere unito il mondo. O meglio, i mondi, pensò sorridendo: l’Uomo aveva dovuto colonizzare ad altre Terre per rispondere all’espansione demografica senza controllo. Si addormentò pensando al giorno in cui ci fu quell’eclissi totale di sole che immobilizzò e raffreddò il suo giardino, mentre l’ombra risaliva, cupa, la montagna portando freddo, silenzio e paura tra gli animali. Lui stava cercando di fermare l’eclissi con suo nonno, fotografandola con un filtro opportuno, ma

l’obiettivo si fuse. A quel punto decise che avrebbe fatto l’astronomo e si sarebbe occupato delle meccaniche celesti e dei loro equilibri.

 

La sesta volta aprì gli occhi e cercò di concentrarsi su tutto ciò che poteva avere a che fare con una mela: Guglielmo Tell, Biancaneve, Adamo ed Eva, o forse quella nota marca di computer per gli utenti più snob… Poi ricordò i suoi progetti di bambino e il puzzle della sua memoria si ricompose in un istante.

 

Si svegliò con le lacrime agli occhi, la settima volta, pensando a quella maledetta mela di Newton. Una sola variabile, una sola, introdotta nella legge della Gravitazione Universale, aveva rovesciato l’Universo. L’aveva introdotta lui, ricordando quella frase di Newton: “Se ho visto oltre, è stato levandomi sulle spalle dei Giganti”, una frase apparentemente modesta, in realtà rivolta ad Hooke, notoriamente di bassa statura. Come Newton, aveva cercato un punto di vista più alto, quasi divino, peccando in supponenza, e aveva dato vita senza saperlo a questa tragedia dei mondi. Entrò l’infermiera nella stanza, con passo incerto nonostante le precauzioni per la gravità zero, che ora era diventata universale. Non era la stanza della sua vecchia casa in montagna, ma la stanza di un reparto psichiatrico; gli iniettò ancora una volta un calmante.

Si riaddormentò, pensando a quando le stalattiti avevano ancora la forma delle stalattiti, i bambini potevano giocare a pallone sui campi e la gente camminava per le strade

 

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lunedì, 27 novembre 2006

PER LA

 IL CORAGGIO DI ANDARE di Bardaneri

La strada come al solito polverosa; non per la stagione; semplicemente perché in  terra battuta, sabbia silicea, scarti di demolizioni edilizia. Era solito camminare in queste strade. Quelle asfaltate troppo trafficate, da camion e veicoli di ogni genere. Poi questa era la più breve. Permetteva di arrivare prima al lavoro. Certo con la pioggia era tutto più difficile. Ma questa volta pareva non arrivare mai. Le giornate uggiose di un tempo ricordi sbiaditi. Viste alla finestra, con le gocce che scivolavano sul vetro.Poco male, anche perché le scarpe cominciavano a cedere sotto tutti i punti di vista. Un paio nuove sarebbe stato l’ideale, ma costavano troppo. Pensava che sarebbe arrivato comunque con quelle alla fine permesso di soggiorno. Da quando aveva cominciato a lavorare al cantiere i rapporti con gli altri erano sempre rimasti abbastanza distaccati, non freddi, convenevoli, ma distaccati, le lingue diverse certo non erano d’ostacolo, a volte basta uno sguardo un cenno d’intesa.

Tutti li, alla ricerca di un lavoro stabile, irraggiungibile a casa propria, forse a portata di mano in questa “nuova” Europa. Il dubitativo è d’obbligo. Meglio non farsi illusioni. Ma lui non era quello che cercava , semplicemente cercava di “ritrovare l’interesse per le piccole cose”, smarrite.Da dove veniva nulla era ormai più possibile, i titoli di studio, la professionalità, le capacità personali: un optional. In un Paese retto da oligarchie di gerontocrati abbarbicati al potere senza sosta in costante autoconservazione parentale.Tentare di saltare il confine, anzi i confini, poteva essere una possibilità, una scommessa. Tagliare i ponti, bruciare le scialuppe, cambiare la propria identità e ricominciare da zero. Gettare il cellulare nel fiume. No more conversations. No more problems. Le strade prima intraprese tutte terminate in un vicolo cieco. Ogni cosa iniziata bene, finita in modo irreparabile. L’affettivo, la carriera, l’interesse per tutto ciò che lo meritava, tutto carta straccia. Di colpo pensava di essere diventato un Re Mida al contrario, nefasto per se stesso, indifferente per gli altri.

Questo pensava guardandosi le scarpe tendenti al logoro. Chissà, perhaps!, Era un nuovo inizio. Lo sarebbe stato malgrado tutto. Nuova identità, nuovo giro, nuova corsa. Se incappava in un  fallimento, pazienza, tanto contava solo andare avanti. Tutto questo pensava, con una nuova luce positiva, da quando quel giorno fu tentato dall’ultimo inconsulto gesto: disegnare strade, piste, ai propri polsi con una lametta. Magari con l’ipod alle orecchie, immerso nella calda acqua della vasca da bagno, come quel tale in epoca romana. A chi non è mai venuto in mente? Soprattutto quando chi dovrebbe o potrebbe darti una mano non si cura di te. Anzi. E tu a chiederle disperatamente un aiuto, una piccola mano d’aiuto, almeno per non sentire il fallimento del proprio presente, del quotidiano, in un futuro che si incupisce all’orizzonte. Entrambi naufraghi nel mare della precarietà, occupativa ma anche affettiva. No meglio andare, meglio sparire, scomparire, dissolversi lontano “in un posto lontano, più libero...”.

Era sempre stato un transumante nei meandri metropolitani, capace di far perdere le proprie tracce, senza perdere le radici, le proprie, quelle tatuate nel proprio dna. Ed era sempre un nuovo inizio da quel giorno famoso in cui insieme agli altri ritornò dal grande mare tondo, nella valle di Mas-Oneh Bran'hu, non luogo sconosciuto al mondo ultramediatico, nel grande crocevia dei popoli che furono ma che sempre ritornano.

Ecco il cancello. I pensieri svaniscono, almeno per ora. Torneranno stasera al rientro. Per ora occorre buona volontà “e il coraggio di andare”. Contando sulle  proprie forze …

Ricordo che la versione integrale la trovate su

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domenica, 26 novembre 2006
Ho sempre ascoltato la musica, fin da piccolissimo, quando i miei genitori mettevano su i Beatles, Morandi, Paul Anka, Neil  Sedaka e molti altri.
Da quel momento son cresciuto sempre ascoltando musica, facendo un percorso a ritroso nei ricordi credo non ci sia stato mai un momento in cui non abbia ascoltato qualcosa.
A distanza di anni mi sono accorto di come certe canzoni le abbia legate indissolubilmente a certi periodi della mia vita, a momenti, episodi o situazioni trascorse, belli o brutti che fossero. A tal punto che oggi riascoltare quelle canzoni mi fa tornare alla mente le stesse emozioni di quando le ascoltavo anni fa, sensazioni così forti che quasi non sono solo i ricordi a riaffiorare, ma è come se rivivessi quei momenti.
Probabilmente è una situazione comune a molti, o a coloro che non potrebbero fare a meno di ascoltare musica giorno per giorno.

01 - Beatles .  A Hard Day's Night

02 - U2 . Twilight
03 - The Doors . People are strange
04 - Janis Joplin . Down on me
05 - Supertramp . Breakfast in America
06 - Ligabue . Ho messo via
07 - Jimi Hendrix .  Fire
08 - Nirvana . Smell like teen spirit
09 - Negrita . Cambio
10 - Le Tigre . Deceptacon
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