PER LA

LA MADONNA di Franti
Eccooo, bravo… così; appoggiala.
In un frammento di secondo lascio il muro su cui sono stato spalmato in attesa negli ultimi dieci minuti e scatto in avanti, braccio sinistro proteso di lato. Lo ficco dentro alla tracolla della macchina fotografica lasciata sul tettino della Uno verdone e la famigliola vede sparire davanti a sé due settimane di abbracci, di bambini che spalettano allegri con la sabbia, di saluti rubizzi lanciati dalla tavola semi sparecchiata. E' una cittadina piccola, questa: probabilmente mi avrà visto già da qualche parte, quella famiglia, probabilmente lui o lei o i loro stronzetti riconosceranno alla quarta o quinta foto segnaletica il tossico di merda che gli ha fottuto la scatola dei ricordi da sotto gli occhi. Bella macchina, tra l'altro, varrà quasi un milione. O di più, chennesò… Continuo a correre per i vicoli in salita e non sento affanno. O meglio, fingo di non sentirlo, perché fermarsi può voler dire farsi beccare, ma soprattutto può voler dire non farsi. Non farsi e basta. Apro la macchina in corsa, srotolo il rullino (fanculo le vacanze, ricordo le mie da bambino e non mi sono mai piaciute) e continuo a darmela a gambe. Arrivo trafelato ad un bar di periferia, avrò corso per un chilometro e mezzo, forse due; stravolto, mi siedo ed ordino un Campari con gin a Luca, che arriva, guarda la macchina fotografica, quindi me e trattiene a stento uno sguardo di disprezzo. Lo fa sempre, ma ogni volta riesce a mascherarlo meno. Il cappio della forca a cui pensa guardandoci lo si può leggere sulle pupille di ogni tossico che frequenta il suo bar. La massima nostra colpa, mi sembra chiaro, è avergli occupato militarmente il locale, che per questo si è svuotato di gente per bene (già, la gente per bene). Qualche cappuccino la mattina, cinque o sei coperti per gli impiegati della banca di fronte e poi comincia la processione senza fine, il suq di gente bianca e magra che va, che viene, che si parla in un orecchio dicendosi sempre le stesse cose: quanta, quanto, dove. Compro una scheda telefonica con su una pubblicità che invita alle vacanze; c'è dell'ironia in tutto questo. Compongo il numero e dopo una decina di squilli che sembra coprire l'intero periodo di tempo che ci volle alla terra a glaciarsi sento la voce incazzata di Alfio all'altro capo del filo.
"Chi è?"
"Sono io. Ho un disco da farti vedere".
Il nostro frasario: una cassetta è refurtiva che vale meno di 500.000 lire, un disco arriva fino ai due milioni, un cd va oltre. Poi c'è il walkman, che sta ad indicare roba di gran valore ma che scotta. Alfio decide come i satrapi dell'antica Persia; non conta un cazzo, lui, ma può permettersi di fare il gradasso con noi, di decidere se prendere o no la refurtiva, se, quando e quanto pagarci. Spero che muoia, per non vedere più quella sua faccia di cazzo che ghigna una superiorità da jena; la merda autoproclamatasi ostia. Comunque sia, arrivo sotto casa sua, fingo sicurezza ed entro nell'androne; salgo le scale a tre a tre dopo aver acceso la luce. Penombra anche così, e un tanfo di umidità e broccoli lessi che prende allo stomaco. Mancini e Baldi, primo piano, rag. Ferretti (hai una sfiga così grossa da maneggiare i soldi conto terzi e ce lo scrivi pure sulla targhetta?) e Hammad secondo, Morini e nessuna indicazione (ho fatto sempre un sacco di fantasie su quell'appartamento privo di indicazioni; scartando l'ipotesi di qualche personaggio famoso, vista la cittadina ed il quartiere-immondizia dove mi trovo, finivo quasi sempre per pensare ad una battona o a qualche base di brigatisti) e poi, eccolo, il quarto piano, davanti a me: la fine temporanea dei miei problemi. La porta è aperta, Alfio sta aspettando in poltrona, mi è di spalle e vedo solo la sua nuca con i capelli corvini tirati indietro e lisciati col gel. Guarda una cazzo di televendita dove uno che fu famosetto anni fa in canali maggiori si impegna credibilità e faccia nel vendere pozioni magiche per ogni parte del corpo, uccello compreso, sembrerebbe. Che stronzi, tutti e due. Gli arrivo di fianco, allo stronzo in 3D, e gli mostro subito la macchina. Lui finisce di seguire il discorso senza guardarla. Né tantomeno guarda me. Quindi rotea gli occhi di lato, fa una stima fulminea e dice con tutta la calma di cui può disporre un monastero di buddisti: "Duecentomila. Domani".
"Cosa cazzo domani, Alfio? I soldi mi servono adesso. E poi venti carte? Questa vale almeno due milioni e tu mi dai duecento schifose mila lire?" Sto urlando e non me ne accorgo. Errore, grave errore. Alfio non vuole impicci, soprattutto a casa sua. E come sei diventato uno degli eletti che vi può accedere, fai presto a tornare a rivendere la tua refurtiva nel quartiere marocchino per un prezzo dimezzato rispetto alla borsa ricettatori.
Alfio non si volta nemmeno: "Due milioni non le valesse nemmeno le macchine di quello che fotografa le bambine nude con la nebbia (con buona pace degli effetti flou e della presupposta arte di David Hamilton, hehe, che passa per pedofilo e stop; ma non riesco mica a dargli torto stavolta, a 'sto bacherozzo unto in testa e rotto in culo). Io duecento ti do. E domaaani".
Ci provo, tanto lo so dove saremmo arrivati: "E oggi? Quanto mi puoi dare oggi?"
"Guarda, ho 50.000 mila lire. Di più non tengo"
"Facciamo Cento e bona lé"
Il traccagnotto si alza dalla poltrona, ciabatta fino in cucina e comincia ad armeggiare nei cassetti. Torna con un appallottolamento di banconote ed una risata che invita all'omicidio: "Senti, io posso mettere anche i soldi della spesa di oggi perché non tengo fame. 80.000 mila lire, ma lo faccio perché sei un amico"
"Amico un ciufulo! Vabbè, dai" Gliele tolgo di mano e due secondi dopo sto chiudendomi dietro il portone di quel serpente, non tanto veloce però da non poter ascoltare ancora quella cazzo di voce nasale: "E' sempre un piacere fare affari con te, Gionni"
Gionni. Analfabeta. Da a tutti nomi americani; si crede di vivere in un film di Al Pacino. E invece è una commedia all'italiana virata in tragico. E lui al massimo può essere quello coi baffetti de I soliti ignoti. Con tante scuse all'attore.
Arrivo sotto il loggiato che non c'è ancora nessuno. Eppure gliel'avevo detto a Ste' di venire subito. La fatica comincio ad avvertirla tutta d'un colpo. E freddo. D'estate. Sudo e dentro la testa mi passa un serpentone con un'unica parola: "Presto presto presto presto presto presto presto presto". Cammino su e giù torcendomi le mani e grattandomi, mi accendo la prima Camel da quando ho staccato le spalle dal muretto ed aspiro manco fosse un cannone di quella buona. All'altro lato del loggiato, nascosta dietro una colonna vedo Elleesse, la testa piantata contro i mattoni rossi ed un pallore ancora maggiore di quello che si porta addosso di solito......
Ricordo che la continuazione potete leggerla su:



















