Il 25 Aprile è passato. Per alcuni è solo un giorno per non andare al lavoro. Per me è altro; è un giorno che io porto nel cuore come valore, sempre. Un valore che mi è stato trasmesso da una persona importantissima nella mia vita: mio nonno paterno. Ed è a lui che dedico questo giorno e questo post.
Mio nonno era poco più che adolescente quando fu chiamato a combattere in quel grande carnaio che fu la prima guerra mondiale. Combattè sul Carso negli ultimi spiccioli di questo obbrobrio. Lui un semplice fante che si viveva il dramma di una trincea in prima linea un giorno fu attaccato con il suo gruppo dai tedeschi. Non mi ricordo quanti uomini fossero (eppure mi è stato raccontato più volte, ma la memoria a volte sbiadisce ed allontana) so che morirono tutti tranne lui e l’ufficiale che rimase però gravemente ferito. Lui si salvò poiché non potendo far nulla si finse morto ma poi appena potè si caricò in spalla l’ufficiale e lo portò in salvo. Anni dopo ricevette una medaglia al valor militare per questo suo atto. Una medaglia che, con l’atto del “Regio Esercito Italiano” campeggia nel mio piccolo studio, accanto alla sua gigantografia.
Tornato alla vita di tutti i giorni, una vita agiata rispetto ai tempi, riprese ad occuparsi della sua famiglia, anzi lo fece con maggior impegno visto che l’unico fratello che aveva era emigrato in USA, o meglio era scappato, per ragioni d’amore.
Anche mio nonno si era fidanzato, come si usava allora con un accordo di famiglia, con una ragazza di pari grado sociale. Solo che noi evidentemente siamo una famiglia di romantici se, incontrata mia nonna (analfabeta e lui istruito; povera anzi colona della famiglia di mio nonno e lui ricco; non bellissima ed invece lui lo era) ed innamoratesene (ma ve la racconterò un’altra volta poiché è una storia d’amore bellissima) causò uno scandalo sociale (per l’epoca) poiché piantò la fidanzata e sposò la nonna.
Intanto però aveva fatto una scelta anche in politica. Aveva vissuto la drammatica scissione del Congresso di Livorno; aveva conosciuto persone come Turati, Matteotti, Nenni, Gullo. Era rimasto socialista ed in questo partito, a livello locale, si prodigava. Con F. Gullo in particolare aveva costruito un’amicizia forte, una fratellanza.
Venne il fascismo, ci fu l’omicidio Matteotti. Il suo animo andava intristendosi per le condizioni di vita che andavano peggiorando anche se la cosa peggiore era proprio la progressiva perdita di libertà. Per colmo di sberleffo gli era arrivata a casa la medaglia con il documento ufficiale firmato da Mussolini, Ministro della Guerra, datata 1927 . Una medaglia che ora è in mano mia solo perché la nonna lo convinse a non buttarla e la conservò nascosta in un cassetto. Era sprezzante del pericolo il nonno, se ne infischiava delle camice nere che sembrava avessero preso possesso del paese e dei suoi abitanti. Continuava a professare la sua fede, a tenere comizi a cui però, partecipavano sempre di meno, anche se fatti in un paesino remoto di una zona arretrata, non molto “sotto la luce dei riflettori. Poi però le cose cambiarono ancora in peggio, anche nel paesino arretrato. Il fascismo mostrò il suo volto più feroce.
Erano in tre, soprattutto, che si davano da fare a tenere vive le coscienze. Il primo a cadere sotto i manganelli fascisti fu A. De Rose. Un giorno gli squadristi lo aspettarono in una via isolata e lo massacrarono di botte. Non morì subito ma qualche tempo dopo.
Poi fu la volta di Gullo. Prelevato in piena notte non lo uccisero perché era troppo famoso ( e dopo il caso Matteotti ci andavano cauti) ma lo spedirono al confinio.
Mio nonno (testuali parole) pensò: “Ora tocca a me”. Fu così che scappò in quattro e quattrotto verso gli USA. Anche se avrebbe potuto permettersi un viaggio in prima classe, era un clandestino e si fece il viaggio nella stiva, tra un mare di umanità dolente. Magari penserete che esagero, ma vi assicuro che non lo faccio neppure un po’: regalò tutte le sue cose, vestiti, cibo e anche qualche soldo, a una donna sola con tre figli di cui uno che allattava al seno, di cui non seppe mai più nulla.
La traversata si rivelò più perigliosa del previsto. Il mare agitato teneva bloccati tutti e a lui, che non soffriva il mal di mare, offrì l’occasione di farsi per due o tre giorni gli unici lauti pranzi di tutto il viaggio.
Seguirono anni di lettere d’amore bellissime a sua moglie (alcune le conservo gelosamente), di nostalgia della sua terra che amava, di affetto filiale interrotto. Ma niente gli fece cambiare idea.
Poi il fascismo cadde, lui tornò in Italia ma oramai aveva stabilito un contatto con quella terra d’oltreoceano che non rinnegò mai. Aveva anche scoperto la passione dei viaggi. A me piccola (me lo son vissuto per troppo pochi anni) incantata dai suoi racconti diceva di 54 viaggi fatti con nave, verso luoghi diversi. Conservo una sua foto a Parigi e la ricevuta dell’albergo. Conservo il biglietto del suo viaggio verso l’Inghilterra. Conservo la foto di una donna velata che lui scattò a Tunisi.
E conservo moltissime cartoline di navi. Mi ha lasciato una collezione molto bella di monete francobolli e cartoline e, tra queste, moltissime cartoline di navi come questa che ho postato.
Mi ha lasciato tantissime cose di cui vado fiera: la generosità verso il prossimo, l’attenzione per i più deboli, l’onestà di pensiero. E l’idea romantica di un socialismo che vuole un mondo equo, dove non si è giudicati per quello che si possiede o in base a chi conosci, ma solo ed esclusivamente per quanto e quello che riesci a dare, per quello che sei.

Nella foto una cartolina della mia collezione, la "Queen Mary", una delle più belle navi che abbiano solcato i mari, sulla quale mio nonno viaggiò.