giovedì, 31 maggio 2007

Un pomeriggio di Dicembre in Via Apulejo

Lui era arrivato in anticipo alla Stazione Centrale ma sapeva che, salvo ritardi, che peraltro lo sferragliante Espresso 852  portava sempre, il treno sarebbe arrivato come orario normale dopo un’ora. Ma era agitato, in ansia. Dopotutto stava cambiando la sua vita, non era una cosa da niente.

Ricordava ancora  quella  vacanza, una vacanza che si sarebbe rivelata come una svolta per la sua vita.  Come avrebbe potuto dimenticare quegli occhi color carbone  che erano spuntati all’improvviso da dietro una siepe su una collinetta?

Passeggiava lentamente in quel pomeriggio caldo ma non afoso, un caldo tanto diverso da quello che era abituato a viversi nella sua città. Quel caldo che avvolgeva ma non soffocava era una delle ragioni che gli aveva fatto amare quella vacanza, fatta più per compiacere un amico che per vero interesse, in quel paesino sperduto sulla montagna calabrese. Un amico che proveniva da quella zona ed era arrivato a Milano in cerca di lavoro, come tanti.

Quel pomeriggio assolato se ne andava tutto solo su per il sentiero che portava alla pineta, una passeggiata che era diventata una consuetudine, dopo una settimana di permanenza in quel luogo. Poi d’improvviso quegli occhi neri, inaspettati, silenziosi  erano spuntati dietro la siepe naturale che faceva splendido corollario alla sorgente d’acqua. 

Non una parola, nulla. Solo uno sguardo che era durato svariati minuti, dopodiché la donna era riscomparsa silenziosamente così come era apparsa.

Nei due giorni successivi si sentiva inquieto, non riusciva a dimenticare quella donna eppure non ne aveva parlato con il suo amico; un riserbo strano per un uomo come lui, abituato a esternare sentimenti e domande. Poi si decise. Con meraviglia scoprì che la donna dagli occhi neri,  morti i suoi genitori, abitava da sola nella casa accanto a quella che lo ospitava. Il suo amico fece di più, invitò la donna,una sua cugina, a pranzo. Timidamente, aveva intavolato una conversazione a fine pasto, che poi era continuata in giardino. Non si accorsero che erano rimasti soli. Lui parlava, descriveva la sua Milano a quella donna. Forse la rendeva anche più bella di quanto fosse. Ricamava davanti a suoi occhi ogni guglia del Duomo come se fosse qualcosa di prezioso; le faceva quasi annusare la Storia che si viveva passeggiando  all’interno del Castello Sforzesco; l’accompagnò per mano lungo le vetrine di Via Montenapoleone, illustrando le sue luci e il suo sfarzo; le cantò qualche aria d’opera, come se stessero all’interno della Scala a ascoltare il Nabucco e non nella meravigliosa e selvaggia natura calabrese.

Lei ascoltava rapita. Non si era mai allontanata da quel paesello e anche se aveva visto la città qualche volta in  televisione, di Milano conosceva solo la sua nebbia, il suo caos e la sua ricchezza insieme alla sua povertà.

Ora quell’uomo sembrava dipingesse per lei altri quadri, altri paesaggi.

I giorni passarono velocemente; presto venne l’ora di partire. Con un ardire tutto suo era riuscito ad abbracciarla prima di partire e, seppure lei si fosse irrigidita, aveva sentivo vibrare quel corpo contro il suo.

Presto venne di nuovo l’estate e lui, dopo mesi di cartoline e di lettere, era tornato. Sapeva che il suo cuore era rimasto imprigionato da quegli occhi color carbone. L’aveva chiesta in moglie, come si usava fare, alla parente più prossima alla ragazza. La madre del suo amico, come unica parente vicina, aveva accettato e lui era ritornato a Milano a preparare il loro nido d’amore.

Si sarebbero sposati prima di Natale a Milano, l’avrebbe accompagnata la mamma del suo amico.

L’espresso entrò sferragliando in stazione, lui lo vide da puntino piccolo farsi sempre più grande finchè gli si fermò proprio di fronte . Una fiumana di gente cominciò a riversarsi fuori e finalmente la ragazza dagli occhi di carbone scese guardandosi intorno smarrita, sopraggiunta dalla zia e da una cugina.

Un quadro familiare che si staccava netto per colore, rispetto al contesto; guardò il grande orologio che campeggiava in stazione che segnava le 15,30 del 12 dicembre 1969, era molto emozionato, quel giorno stava cambiando la sua vita.

Prese sottobraccio la zia, che aveva accanto la figlia e la nipote, e si avviarono  verso il ristorantino  che era situato sotto casa sua in via Apulejo.

Si erano appena seduti quando un boato proveniente dalla grande piazza vicina li scosse; loro ancora non lo sapevano ma, oltre alla storia della  loro vita, quel giorno sarebbe cambiata anche un pezzo  della Storia d’Italia.

Questo racconto confluisce, come al solito, sul blog Racconti Smarriti

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mercoledì, 30 maggio 2007

La nascita delle cose segrete - L.Einaudi

Accarezza il mio animo

con parole di dolcezza e di abbandono

stringi la mia mano e non farla cadere

nel vuoto del disinganno e dell’illusione .

 

Amami quando l’aurora

buca le tenebre di solitudine fitta

fammi sentire le tue braccia

che avvincono la mia essenza smarrita

troppo ferita dagli eventi della vita.

 

Amami quando il sole brilla

e fuga i timori e i rimpianti

saldati al mio cuore come l’edera

in quel momento sorreggimi forte

e coccola il mio cuore

che ha perso tutto il suo slancio vitale.

 

Amami quando tramonta il sole

quando più forte sento

le lame taglienti del dubbio

e dell’inganno

lacerare le carni e il cuore

nel punto esatto ove declina l'anima.

 

Fammi respirare il tuo respiro

nella notte oscura e profonda

e accoglimi tra le tue braccia forti

come il mare fa con la montagna.

 

Amami.

Francesca

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categoria:emozioninpoesia
lunedì, 28 maggio 2007
Panorama da Staffolo 2
cliccare sulla foto per ingrandire l'immagine
NONSOLOTOSCANA - Sono in giro per l'Italia in questo periodo a distillare piante officinali per fare gli oli essenziali. La settimana scorsa ero nelle Marche, vicino a Jesi (e ci sarò pure domani) a distillare salvia, rosmarino e camomilla (niente grappa stavolta). Nella mezz'ora libera per il pranzo mi hanno portato in questo paesino in cima a una collina a vedere un bel panorama. Il paese è Staffolo chiamato anche "il Balcone della Vallesina" e la foto la dice tutta. A sinistra si intravedono i "castelli di Jesi" da cui prende il nome anche il famoso vino bianco "Verdicchio dei castelli di Jesi" (non è verde !!!). Al centro (purtroppo quel giorno c'era un po' di foschia) si dovrebbe intravedere Ancona e il Conero. Bellissimi posti, ricordi di gioventù, quando andavo al mare a Senigallia. Ho scattato una serie di foto poi unite per condividere con voi il bellissimo panorama della zona.
Un saluto anche a Franti, che quei panorami se li gode tutti i giorni.
Ciao
GUASTOTOTALE
E vi lascio anche un raccontino, dato che è parecchio tempo che non posto nulla e Francesca mi brontola
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Nel paese di Braccioteso
Da un antico racconto cinese.

Era tornato tutto triste da scuola Palì. Tutto triste davvero. E la mamma se ne era accorta: le mamme se ne accorgono sempre quando sei triste.
«Che c’è Palì? Dillo a mamma! Perché sei triste?»
Lui, il piccolo Palì, niente. Muto, non diceva nulla. Ma la mamma che sapeva come prenderlo chiese: «Problemi a scuola? Di’ la verità… guarda che se hai preso un brutto voto non fa nulla?! Capito?»
«No, non è questo…»
«E allora che c’è… avanti dillo a mamma tua».
«Oggi a scuola la maestra ci ha parlato dell’inferno… e mi ha fatto paura».
«Perché, cosa vi ha detto?»
«Ha detto che è tutto pieno di fiamme e la gente brucia».
«Ma guarda che questo è un modo di dire… un modo per dire che si sta male… Devi sapere che in un paese lontano lontano, a destra di tutte le cartine geografiche, si racconta la storia di un uomo che aveva visto l’inferno e il paradiso e quando gli chiesero cosa avesse visto raccontò che tutti, all’inferno come in paradiso, avevano la stessa tavola imbandita con ogni prelibatezza ma all’inferno erano tutti tristi e sconsolati perché le posate erano delle lunghissime bacchette, con le quali era impossibile portare il cibo alla bocca ed erano tutti magri magri e tristi. Nel paradiso non è che mangiassero nulla di diverso né che avessero bacchette più corte ma… ascolta bene… erano tutti allegri e sazi perché si imboccavano l’un l’altro».
Palì era più sereno e disse: «È proprio come la storia che mi ha raccontato papà!»
E la mamma: «Quale?»
Così, una storia per uno, anche Palì raccontò la sua.
Ed era la storia del paese di Braccioteso dove tutti gli abitanti non avevano i gomiti, così non potevano piegare le braccia. C’erano due famiglie: la famiglia Tuttomio e la famiglia Pensoatté.
A casa Tuttomio, nonostante le prelibatezze che cucinava la mamma, nessuno mangiava, erano tutti affamati, arrabbiati e nervosi. Li si sentiva litigare, dire parolacce e nel tempo erano diventati magri quasi come grissini. Perché? Perché chiaramente non riuscivano a mettersi in bocca tutte quelle prelibatezze.
Appena di fronte abitavano quelli della famiglia Pensoatté. Erano conosciuti come le persone più gentili, allegre e giocherellone del paese. Godevano di ottima salute e di certo non sembrava che morissero di fame.
Un giorno, all’ora di pranzo, spinto dalla curiosità e dall’invidia Martino Tuttomio andò a spiare dalla finestra la famiglia Pensoatté e vide una cosa inaudita.
Cosa aveva scoperto?
Stavano tutti seduti attorno a una tavola rettangolare e a due a due si imboccavano l’uno con l’altro.
Una scoperta sensazionale. Martino, entusiasta, corse a dirlo a tutto il paese. Da allora tutti seguirono l’esempio della famiglia Pensoatté e vissero felici, contenti e ben sazi.
«Vedi – gli disse la mamma – il paradiso e l’inferno sono nel cuore delle persone, nei loro comportamenti, e quindi è come se esistessero dentro di noi quando ci comportiamo bene o male con le persone o le cose».
Palì era davvero più contento ora. Come se fosse in paradiso.
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categoria:natura, guasto, fiabe e storielle
sabato, 26 maggio 2007

L'amore immaturo dice: ti amo perché ho bisogno di te.

L'amore maturo dice: ho bisogno di te perché ti amo. 

"L’amore maturo è una unione che mantiene intera la propria identità: il vero amore fa sì che due esseri diventino “uno” rimanendo “due”.
Spesso non è così. Infatti si creano situazioni di “simbiosi” (cioè in cui uno vive dell’altro) che ingenerano o situazioni di “dominio” o di “sudditanza”, in cui quello che appare “forte” ha bisogno del “debole” per darsi una identità e viceversa (in termine tecnico-psicoanalitico si indicano come simbiosi sadiche e masochiste).
Invece l’amore non vive dell’altro (cioè lo “succhio” per nutrimene) bensì vive per l’altro: si dona all’altro. In altre parole non è un’esperienza “passiva” ma un’esperienza “attiva”.
L’amore perciò si può definire come una attività interiore dell’uomo, cioè che “produce” e non è “prodotta”. L’amore è perciò libero e “realizza” la relazione. Questo la differenzia dalle passioni in cui la persona è “vittima” di una pressione esterna che la causa (“prodotta” appunto) che invece “consuma” la relazione.
Quindi l’amore maturo si può definire anche come: orientamento della persona verso il mondo dove l’uomo non “consuma” ma “realizza” dei rapporti.

L'amore si esprime attraverso quattro modi fondamentali: premura, responsabilità, rispetto, conoscenza. Sono virtù che fanno parte della personalità matura, cioè che ha superato i sogni narcisistici di onnipotenza ed ha acquistato l’umiltà dalla sua capacità di sentirsi vivo.
* Premura. E’ l’interesse attivo per la vita e la crescita di ciò che amiamo. Una mamma che dice di amare il proprio pargolo ma si dimentica di dargli da mangiare ha un ben povero amore.
* Responsabilità. E’ la risposta al bisogno espresso o inespresso di un altro: chi ama “risponde” perché la vita dell’altro lo riguarda.
* Rispetto. La responsabilità da sola può sfociare in “dominio” ma chi ama rispetta. Non è timore ma vedere la persona come è (respicere = guardare) perciò desiderare che cresca e si sviluppi per ciò che è. Il rispetto però è possibile se io ho raggiunto l’indipendenza e l’autonomia, cioè se so stare in piedi da solo senza il bisogno di quella gruccia che il dominare su o dipendere da qualcuno.
* Conoscenza. Come posso rispettare ciò che non conosco? Molti sono i gradi della conoscenza ma l’amore non è mai superficiale. Oltrepassare il limite della superficialità è possibile solo sono se riesco ad “annullarmi” di fronte all’altro per non filtrarlo attraverso i miei schemi e pregiudizi per vederlo come veramente è."

L'arte di amare - E. Fromm

 

 

Sto rileggendo in questi giorni uno dei miei libri preferiti. Riflettevo su una cosa. Per quanto mi è stato dato di osservare, trovo che in giro ci sia tanta voglia d'amore, tanto desiderio di amare e di essere amati  ma poche volte si realizza quello che potrebbe essere definito, quello che Fromm definsce, amore maturo. Perchè questo gap? Perchè siamo disabituati ad ascoltare davvero "l'altro", presi come siamo a ascoltare noi stessi? Perchè  l'altro va a colmare  un bisogno  d'amore che è esattamente la negazione dell'amore? Perchè? Ho posto a me stessa molte domande, sono riuscita a darmi poche risposte. Ora la domande le giro a voi. Che ne pensate?

postato da: perlasmarrita alle ore 00:15 | Permalink | commenti (72)
categoria:letture, amore ed amori, riflessioni ad alta voce
giovedì, 24 maggio 2007

Ho ascoltato le parole del silenzio,
ho osservato le linee del nulla;
Ho assaporato il dolore dell'anima
ho toccato l'infinito.

Nella gioia dell'oblio
ho trovato rifugio.
L'anima mia esulta
in un'estasi di pace.

Mariafrancesca

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