venerdì, 30 novembre 2007

Io dedico questa canzone
ad ogni donna pensata come amore
in un attimo di libertà
a quella conosciuta appena
non c'era tempo e valeva la pena
di perderci un secolo in più

A quella quasi da immaginare
tanto di fretta l'hai vista passare
dal balcone a un segreto più in là
e ti piace ricordarne il sorriso
che non ti ha fatto e che tu le hai deciso
in un vuoto di felicità

Alla compagna di viaggio
i suoi occhi il più bel paesaggio
fan sembrare più corto il cammino
e magari sei l'unico a capirla
e la fai scendere senza seguirla
senza averle sfiorato la mano

 

A quelle che sono già prese
e che vivendo delle ore deluse
con un uomo ormai troppo cambiato
ti hanno lasciato, inutile pazzia
vedere il fondo della malinconia
di un avvenire disperato



Immagini care per qualche istante
sarete presto una folla distante
scavalcate da un ricordo più vicino
per poco che la felicità ritorni
è molto raro che ci si ricordi
degli episodi del cammino

Ma se la vita smette di aiutarti
è più difficile dimenticarti
di quelle felicità intraviste
dei baci che non si è osato dare
delle occasioni lasciate ad aspettare
degli occhi mai più rivisti

Allora nei momenti di solitudine
quando il rimpianto diventa abitudine,
una maniera di viversi insieme,
si piangono le labbra assenti
di tutte le belle passanti
che non siamo riusciti a trattenere

 

 

Fabrizio De Andrè - Le Passanti

(Da Una Poesia Di Antoine Paul)

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categoria:canzoni, malinconia
giovedì, 29 novembre 2007

Non è nelle stelle che è conservato il nostro destino, ma in noi stessi.

William Shakespeare

 

Ognuno di noi - chi più chi meno, chi un modo chi in un altro -   tenta di dare un senso alla propria vita.  Quello che è il percorso esistenziale si colora, così, di azioni e di scelte o, in un’altra visuale di non azione, che è comunque una scelta.

Siddharta- per ricollegarmi al post precedente - è destinato alla via della religione e della meditazione per la ricerca della felicità interiore ma, ad un avanzato stadio di apprendimento del suo percorso,  si accorge che quella non è la strada giusta e chiede il permesso al padre di andare nella foresta. Siddharta compie una scelta, quindi. Una scelta ben precisa che lo allontana da quello che  sembrava essere il suo destino.

Allora viene da chiedersi: si può forzare il destino? Ma cos’è il destino? E quanto conta la responsabilità – o il senso di responsabilità-  nelle scelte che si compiono?

Vi sono due visioni estremistiche nella maniera in cui l’uomo si rapporta al destino: una fatalistica che vede come unica possibilità l’accettazione passiva degli eventi; l’altra  possiamo chiamarla deterministica  che concepisce il destino come un processo aperto in cui l’uomo esercita un ruolo almeno parzialmente creativo.

Prendiamo in esame, ad esempio, l’amore.

Due persone si incontrano,  scoprono che hanno molte affinità, si innamorano.  Secondo una visione fatalistica si potrà dire che i due erano destinati a incontrarsi, ad innamorarsi. Ma l’amore è nato nel momento magico dell’incontro, quindi qualcosa di casuale derivato direttamente dal fato, oppure è il risultato di una costruzione giorno per giorno di qualcosa? E se qualcosa va male?  Era destino!! E  di nuovo entra in ballo il fato che dispensa fregature. Che poi certe modalità di  fregature, chissà perché, si ripresentano sempre uguali a se stesse. 

Il fato dunque, o la responsabilità individuale nel compiere alcune azioni che predispongono alle fregature? Quali? Le aspettative, per esempio. Ci sono persone che caricano di così tante alte aspettative un rapporto che, inevitabilmente, vanno incontro a delusioni. Le quali delusioni, poi, le chiamiamo fregature regalate da un destino “cattivo”.  Salvo poi riabilitare lo stesso destino quando, magari a distanza di tempo, ci rendiamo conto che “quella fregatura” poi tanto fregatura non è stata, vuoi perché scopriamo difetti “intollerabili” in quella persona, vuoi perché dopo si è incontrati un altro con cui si sta meglio, vuoi per un qualsiasi altro motivo.

In definitiva, io credo che il  modo in cui ognuno di noi interpreta gli eventi della vita, positivi e negativi, è fortemente collegato con la qualità della vita stessa, e con il senso che gli attribuiamo, finendo così per essere determinante per il nostro benessere psicologico ed emotivo.

Voi cosa ne pensate?

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categoria:introspezioni, società, riflessioni ad alta voce
martedì, 27 novembre 2007

«La saggezza non è comunicabile. La saggezza che un dotto tenta di comunicare ad altri, ha sempre un suono di pazzia. […] Ho trovato un pensiero, Govinda, che tu riterrai di nuovo uno scherzo o una sciocchezza, ma che è il migliore di tutti i miei pensieri. Ed è questo: d’ogni verità anche il contrario è vero! In altri termini: una verità si lascia enunciare e tradurre in parole soltanto quando è unilaterale. E unilaterale è tutto ciò che può essere concepito in pensieri ed espresso in parole, tutto unilaterale, tutto dimidiato, tutto privo di totalità, di sfericità, di unità. […] Ma  il mondo in sé, ciò che esiste intorno a noi e in noi, non è unilaterale. Mai un uomo è interamente santo o interamente peccatore. Sembra così perché noi siamo soggetti alla illusione che il tempo sia qualcosa di reale. Il tempo non è reale, Govinda; questo io l’ho appreso ripetutamente, in più d’una occasione. E se il tempo non è reale, allora anche la discontinuità che sembra esservi tra il mondo e l’eternità, tra il male e il bene, è un’illusione.»

Hermann Hesse, Siddharta

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categoria:aforismi e frasi celebri
domenica, 25 novembre 2007

La stanchezza del vivere ho vissuto

 lontano dal cuore chiuso al sentimento

 lontano da occhi bagnati dalle lacrime

 lontano dal vociare confuso della vita.

 

La stanchezza del vivere mi ha ghermito

lasciando indifeso il mio corpo stanco

lasciando intatto il mio cuore infranto

lasciando intoccabili i miei capelli ermi.

 

La stanchezza del vivere ho apprezzato

cercando bagliori di luce nella tenebra

 cercando passi persi nel cammino

cercando volti nella folla sconosciuta.

 

La stanchezza del vivere io vivo

e in questo vivere si cela la mia forza.

 

Francesca

Immagine:  Soli riflessi - Foto di Flinx53 (che ringrazio infinitamente)

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categoria:emozioninpoesia
sabato, 24 novembre 2007
Si impara in Wikipedia che:
"La musica New Age è un termine generico per definire uno stile musicale nato negli Stati Uniti alla fine degli anni '70 e caratterizzato dall'assenza di ritmo e dal carattere meditativo, lineare e ciclico dei brani, che consentono un ascolto rilassato dal punto di vista emotivo"

Non sempre gli esiti sono di eccellenza. Anzi in generale è musica deperibile, di poca sostanza artistica.
Tuttavia capita di trovare associata alla musica New Age anche:

Constance Demby, Novus magnificat, 1986

Sono due tracce di circa 25 minuti l'una che portano, se ci si vuole andare, in un altro spazio mentale ed emotivo.
Così Piero Scaruffi spiega l'opera:

"Demby mise a frutto tutto ciò nel Novus Magnificat (Hearts Of Space, 1986), nel quale l'accorato spiritualismo delle opere precedenti viene convogliato in un formato sinfonico, che ne aumenta l'impatto emotivo.

L'opera, interamente suonata alle tastiere elettroniche (con l'aiuto di Michael Stearns) simulando un organo a canne, un'orchestra sinfonica e un coro, è soprattutto un esercizio sopraffino di montaggio sonoro, in quanto nasce dalla composizione minuziosa sulle sedici piste dello studio di centinaia di frammenti eseguiti separatamente alle tastiere elettroniche. La sinfonia cresce a partire da una terza minore e sfrutta in continuazione lo stile di Bach (magistralmente replicato con l'arpeggiatore).

L'inizio è proprio del coro, in un tipico inno scandito da campanelli, ma poi gli strumenti dell'orchestra (pianoforte, violoncello, oboe) intessono una musica da camera improvvisata che porta fuori dalla liturgia tradizionale, e il coro si solleva nuovamente, questa volta in un tripudio di squilli e tintinnii elettronici, di soffi di vento e di sibili cosmici, lontanissimo dalla cattedrale in cui era partito. Sulle note della sezione d'archi e dell'oboe il tenue leitmotiv assume tonalità addolorate e funeree da requiem. Ma il violoncello e il coro rilanciano presto la sinfonia verso le immensità celesti. In uno dei momenti più panici dell'opera l'orchestra e il coro vengono letteralmente disintegrati in un buco nero di dissonanze elettroniche, ma ne riemergono più forti e orgogliosi di prima, irrobustiti da quella immane visione della fine.

La seconda parte si apre con un superbo intreccio di progressioni bachiane all'organo e di passaggi vivaldiani agli archi. Dall'armonia sincopata che ne risulta si libra un leggiadro tema barocco, ricco di contrappunti e di variazioni, incalzato dal coro con vigore wagneriano. Nel girotondo di voci strumentali, una più solenne e toccante dell'altra, si torna alle cupe atmosfere da messa, con l'organo che ora domina la profusione di frasi melodiche e che lancia il commosso sanctus. Una vertiginosa immersione in sonorità rinascimentali e barocche, fra acrobazie orchestrali e corali maestosi, conclude trionfalmente l'opera.

Angoscia ed estasi, paura e speranza si alternano così senza discontinuità in un luminoso flusso di coscienza che ha come tema ultimo e unitario la condizione umana. Il capolavoro di Demby (e di tutta la musica elettronica) è anche un capolavoro di montaggio poiché la sinfonia nasce dalla composizione minuziosa sulle sedici piste dello studio di centinaia di frammenti eseguiti separatamente alle tastiere elettroniche. Da Scarlatti a Boccherini, dai requiem romantici alla liturgia gregoriana Demby compie una spettacolare sutura di stereotipi armonici."


postato da: AMALTEO alle ore 16:28 | Permalink | commenti (17)
categoria:musica, amalteo
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