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Io dedico questa canzone A quelle che sono già prese |
Immagini care per qualche istante Fabrizio De Andrè - Le Passanti (Da Una Poesia Di Antoine Paul) |

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Io dedico questa canzone A quelle che sono già prese |
Immagini care per qualche istante Fabrizio De Andrè - Le Passanti (Da Una Poesia Di Antoine Paul) |

Non è nelle stelle che è conservato il nostro destino, ma in noi stessi.
William Shakespeare
Ognuno di noi - chi più chi meno, chi un modo chi in un altro - tenta di dare un senso alla propria vita. Quello che è il percorso esistenziale si colora, così, di azioni e di scelte o, in un’altra visuale di non azione, che è comunque una scelta.
Siddharta- per ricollegarmi al post precedente - è destinato alla via della religione e della meditazione per la ricerca della felicità interiore ma, ad un avanzato stadio di apprendimento del suo percorso, si accorge che quella non è la strada giusta e chiede il permesso al padre di andare nella foresta. Siddharta compie una scelta, quindi. Una scelta ben precisa che lo allontana da quello che sembrava essere il suo destino.
Allora viene da chiedersi: si può forzare il destino? Ma cos’è il destino? E quanto conta la responsabilità – o il senso di responsabilità- nelle scelte che si compiono?
Vi sono due visioni estremistiche nella maniera in cui l’uomo si rapporta al destino: una fatalistica che vede come unica possibilità l’accettazione passiva degli eventi; l’altra possiamo chiamarla deterministica che concepisce il destino come un processo aperto in cui l’uomo esercita un ruolo almeno parzialmente creativo.
Prendiamo in esame, ad esempio, l’amore.
Due persone si incontrano, scoprono che hanno molte affinità, si innamorano. Secondo una visione fatalistica si potrà dire che i due erano destinati a incontrarsi, ad innamorarsi. Ma l’amore è nato nel momento magico dell’incontro, quindi qualcosa di casuale derivato direttamente dal fato, oppure è il risultato di una costruzione giorno per giorno di qualcosa? E se qualcosa va male? Era destino!! E di nuovo entra in ballo il fato che dispensa fregature. Che poi certe modalità di fregature, chissà perché, si ripresentano sempre uguali a se stesse.
Il fato dunque, o la responsabilità individuale nel compiere alcune azioni che predispongono alle fregature? Quali? Le aspettative, per esempio. Ci sono persone che caricano di così tante alte aspettative un rapporto che, inevitabilmente, vanno incontro a delusioni. Le quali delusioni, poi, le chiamiamo fregature regalate da un destino “cattivo”. Salvo poi riabilitare lo stesso destino quando, magari a distanza di tempo, ci rendiamo conto che “quella fregatura” poi tanto fregatura non è stata, vuoi perché scopriamo difetti “intollerabili” in quella persona, vuoi perché dopo si è incontrati un altro con cui si sta meglio, vuoi per un qualsiasi altro motivo.
In definitiva, io credo che il modo in cui ognuno di noi interpreta gli eventi della vita, positivi e negativi, è fortemente collegato con la qualità della vita stessa, e con il senso che gli attribuiamo, finendo così per essere determinante per il nostro benessere psicologico ed emotivo.
Voi cosa ne pensate?
«La saggezza non è comunicabile. La saggezza che un dotto tenta di comunicare ad altri, ha sempre un suono di pazzia. […] Ho trovato un pensiero, Govinda, che tu riterrai di nuovo uno scherzo o una sciocchezza, ma che è il migliore di tutti i miei pensieri. Ed è questo: d’ogni verità anche il contrario è vero! In altri termini: una verità si lascia enunciare e tradurre in parole soltanto quando è unilaterale. E unilaterale è tutto ciò che può essere concepito in pensieri ed espresso in parole, tutto unilaterale, tutto dimidiato, tutto privo di totalità, di sfericità, di unità. […] Ma il mondo in sé, ciò che esiste intorno a noi e in noi, non è unilaterale. Mai un uomo è interamente santo o interamente peccatore. Sembra così perché noi siamo soggetti alla illusione che il tempo sia qualcosa di reale. Il tempo non è reale, Govinda; questo io l’ho appreso ripetutamente, in più d’una occasione. E se il tempo non è reale, allora anche la discontinuità che sembra esservi tra il mondo e l’eternità, tra il male e il bene, è un’illusione.»
Hermann Hesse, Siddharta
La stanchezza del vivere ho vissuto
lontano dal cuore chiuso al sentimento
lontano da occhi bagnati dalle lacrime
lontano dal vociare confuso della vita.
La stanchezza del vivere mi ha ghermito
lasciando indifeso il mio corpo stanco
lasciando intatto il mio cuore infranto
lasciando intoccabili i miei capelli ermi.
La stanchezza del vivere ho apprezzato
cercando bagliori di luce nella tenebra
cercando passi persi nel cammino
cercando volti nella folla sconosciuta.
La stanchezza del vivere io vivo
e in questo vivere si cela la mia forza.
Francesca

Immagine: Soli riflessi - Foto di Flinx53 (che ringrazio infinitamente)
"Demby mise a frutto tutto ciò nel Novus Magnificat (Hearts Of Space, 1986), nel quale l'accorato spiritualismo delle opere precedenti viene convogliato in un formato sinfonico, che ne aumenta l'impatto emotivo.
L'opera, interamente suonata alle tastiere elettroniche (con l'aiuto di Michael Stearns) simulando un organo a canne, un'orchestra sinfonica e un coro, è soprattutto un esercizio sopraffino di montaggio sonoro, in quanto nasce dalla composizione minuziosa sulle sedici piste dello studio di centinaia di frammenti eseguiti separatamente alle tastiere elettroniche. La sinfonia cresce a partire da una terza minore e sfrutta in continuazione lo stile di Bach (magistralmente replicato con l'arpeggiatore).
L'inizio è proprio del coro, in un tipico inno scandito da campanelli, ma poi gli strumenti dell'orchestra (pianoforte, violoncello, oboe) intessono una musica da camera improvvisata che porta fuori dalla liturgia tradizionale, e il coro si solleva nuovamente, questa volta in un tripudio di squilli e tintinnii elettronici, di soffi di vento e di sibili cosmici, lontanissimo dalla cattedrale in cui era partito. Sulle note della sezione d'archi e dell'oboe il tenue leitmotiv assume tonalità addolorate e funeree da requiem. Ma il violoncello e il coro rilanciano presto la sinfonia verso le immensità celesti. In uno dei momenti più panici dell'opera l'orchestra e il coro vengono letteralmente disintegrati in un buco nero di dissonanze elettroniche, ma ne riemergono più forti e orgogliosi di prima, irrobustiti da quella immane visione della fine.
La seconda parte si apre con un superbo intreccio di progressioni bachiane all'organo e di passaggi vivaldiani agli archi. Dall'armonia sincopata che ne risulta si libra un leggiadro tema barocco, ricco di contrappunti e di variazioni, incalzato dal coro con vigore wagneriano. Nel girotondo di voci strumentali, una più solenne e toccante dell'altra, si torna alle cupe atmosfere da messa, con l'organo che ora domina la profusione di frasi melodiche e che lancia il commosso sanctus. Una vertiginosa immersione in sonorità rinascimentali e barocche, fra acrobazie orchestrali e corali maestosi, conclude trionfalmente l'opera.
Angoscia ed estasi, paura e speranza si alternano così senza discontinuità in un luminoso flusso di coscienza che ha come tema ultimo e unitario la condizione umana. Il capolavoro di Demby (e di tutta la musica elettronica) è anche un capolavoro di montaggio poiché la sinfonia nasce dalla composizione minuziosa sulle sedici piste dello studio di centinaia di frammenti eseguiti separatamente alle tastiere elettroniche. Da Scarlatti a Boccherini, dai requiem romantici alla liturgia gregoriana Demby compie una spettacolare sutura di stereotipi armonici."