Le lunghe ombre della notte erano oramai calate da tempo sulle cose e sulle persone. Tuttavia lui non dava segno di essersene accorto. Continuava a guardare quelle luci ammiccanti, che rincorrevano senza sosta, che scappavano via per ricomparire dopo pochi istanti.
Quelle luci sembravano ripetere i gesti di tutta quelle gente che non si fermava mai per strada: entrava nei negozi, ne usciva e sempre di corsa da un punto all’altro.
Solo lui seduto su quella panchina non mostrava di aver fretta, intento com’era a seguire i mille percorsi disegnati dalle luci, sempre uguali e sempre diversi.
Eppure c’era stato un tempo in cui lui giocava con luci simili e si divertiva a costruire alberi o case o semplici fontane di luci.
<<Papà prendi questo filo rosso>>
<<No papà prendi questo, il filo d’oro ci sta meglio>>
E lui riusciva ad accontentare tutti ed alla fine una fila di occhi soddisfatti e sognanti guardavano quell’enorme albero che sembrava contenere tutti i colori dell’arcobaleno sfumati da tante stelle birichine che giocavano a nascondino tra i rami.
Poi gli anni erano passati. Le luci per adornare l’albero erano diminuite sempre di più. L’albero si era rimpicciolito sempre più fino a sparire del tutto, come le voci allegre che animavano la sua casa.
Prima se n’era andato suo figlio.
Era partito per un paese del nord, aveva incontrato una donna, si era sposato. E non aveva dato più notizia di se.
Il dolore era stato grande. Lui e sua moglie si erano molte volte chiesti in cosa avessero sbagliato. Poi con il tempo, che riesce a lenire ogni dolore, avevano accettato la scelta del loro figlio. Se ne erano fatti una ragione.
Poi era stato il turno della loro figliola. Aveva scelto quell’università così lontana!!!
<<Papà qui tutto bene. Ho dato un esame oggi, dillo alla mamma>>
<<Papà non posso tornare per le prossime feste,vado con gli amici a Parigi. Non ti dispiace, vero? >>
Si gli dispiaceva, ma come dirlo? Voleva bene alla sua piccola, voleva sempre il meglio per lei. E se il suo bene erano le vacanza di Natale con gli amici allora andava bene così.
Ma lei da Parigi non era più tornata. Viva almeno. Un incidente d’auto gliel’aveva tolta per sempre.
La sua piccola. Come avrebbe potuto vivere senza di lei? Sicuramente non sarebbe riuscito, sarebbe morto.
Ed invece non era morto, aveva continuato a vivere. Sua moglie invece si era lasciata andare lentamente. Un mattino aveva messo il caffè sul fornello, dopo aver cambiato la lettiera al gatto ed essersi preparato; l’aveva chiamata perché era pronto il caffè ma lei non aveva risposto. Non avrebbe risposto mai più.
Ed aveva continuato a vivere per quel gatto che un giorno era entrato nella sua casa e non era andato più via. Non lavorava più oramai, non faceva nulla. Tutto il giorno in casa a curare il suo gatto che lo ricambiava con un affetto inimmaginabile: lo seguiva dappertutto, non lo lasciava mai da solo. Gli altri, gli amici di un tempo erano spariti tutti. Non lo avevano cercato più. Semplicemente.
E lui non aveva cercato loro.
Il gatto era la sua unica compagnia, il suo unico amico con il quale bofonchiare qualche parola, l’unico con il quale passare ogni minuto della sua interminabile giornata.
E così l’unica cosa che faceva da solo era quella passeggiata serale per le strade della città. Come quella sera.
D’un tratto sui suoi pantaloni di velluto nero comparve un fiocco bianco e poi un altro ed un altro ancora… fino a che i fiocchi divennero così tanti da offuscare le luci degli addobbi natalizi. Sentiva che quei fiocchi erano vita, vi sentiva la vita, quella vita che lui oramai non avrebbe saputo più dire cos’era. Gli piaceva veder nevicare, gli riempiva il cuore di un calore strano che annullavano quella asfissiante solitudine che portava dietro come un fardello necessario. Non conosceva più nessuno, non lo cercava più nessuno. Era un vecchio inutile.
Solo a Natale qualcuno si ricordava di lui. Capitava che seduto sulla panchina qualcuno gli allungasse pochi spiccioli. Lui non li chiedeva, non li voleva… poi li raccoglieva e passava a lasciarli in chiesa.
Aveva smesso di credere a un dio supremo da un pezzo. Non gli era proprio possibile. Come poter credere che un essere divino, scientemente, avesse deciso per lui tanto dolore e tanta sofferenza??
Eppure un piccola, nascosta fiammella ardeva nel suo cuore. Si scopriva a cercare segni di un essere superiore nell’ululato del vento che scuoteva le sue finestre, nell’ammiccare delle stelle lontane, nel rombo di un tuono…
Quella sera nessuno gli aveva dato dei soldi ed ora quei candidi fiocchi inaspettati a colorargli la serata. Volse gli occhi al cielo per riceverli sul viso, mentre poco distante da una finestra illuminata giungevano note dolcissime di una musica natalizia.
Sorrise mentre gli occhi gli si riempivano di lacrime e poi si appoggiò allo schienale per godersi ogni fiocco, ogni nota musicale.
La mattina di Natale lo trovarono ancora così. Con un sorriso sulle labbra e sulle sue gambe un gatto che cercava di regalargli un ultimo buffetto d’affetto.