La storia di Ciccia e Coca. Una storia di amicizia, di rispetto e di bellezza.
Coca la incontrai tanto tempo fa. Era una giornata piovosa e fredda. Io, da poco in pianta stabile all’università anche se non matricola, ero andata a chiamare casa. Non c’erano telefonini, e questo dà un po’ l’idea di quanti secoli siano passati da allora.
Davanti al centralino c’era questa Cana che era seduta, forse aspettava qualcuno, non saprei. Ad un certo punto passò un motorino, un rumorosissimo vecchio “Ciao”, con su un ragazzo con un qualcosa di bianco, un maglioncino forse.
La cana, ancora non sapevo si chiamasse Coca, al passaggio del motorino saltò su come se avesse visto un fantasma, digrignò i denti e cominciò ad abbaiare furiosamente. Il mio primo moto fu di spavento. Poi qualcuno disse: “non ti preoccupare, ce l’ha solo con quelli in motorino”.
Non so cosa successe di preciso, tra noi. So solo che, passato rapidamente lo spavento, mi rivolsi a Coca come se fosse una persona conosciuta e comincia a dirle: “cucciola…che ti hanno fatto per essere così aggressiva? Calmati ora, il motorino è andato via”. Coca mi guardò dritto negli occhi, potrei giurare che mi sorridesse, che mi capisse. Si calmò, cominciò ad agitare festosamente la coda e mi si avvicinò.
Ecco, l’amicizia tra me e lei cominciò così.
In seguito non ci fu giorno che io, tornando da mensa, non avessi un piccolo bocconcino per Coca, che mi aspettava – sempre – davanti all’appartamento dove abitavo.
Scoprii con il tempo cosa gli fosse successo da renderla aggressiva in particolari situazioni: un ragazzo su un motorino e in camicia bianca, un giorno l’aveva picchiata selvaggiamente e senza un apparente motivo. E lei se lo ricordava eccome.
Scoprii anche - con il tempo, il tempo della nostra amicizia - che Coca era una madre attenta e premurosa. Aveva il suo rifugio in un piccolo spazio abbandonato, che era stato un tempo una sorta di magazzino per gli attrezzi del giardino. Lì faceva nascere e cresceva i suoi cuccioli. Ma era molto prudente. Stava sempre un po’ distante dal suo rifugio e controllava a vista.
Il cibo che salivo lo lasciavo invariabilmente li davanti e poi ci pensava Coca a portarlo ai cuccioli; e non ero la sola a fare così, come me anche altri perchè Coca era stata "adottata" da molti. Un giorno, salita da mensa, Coca non c’era. Allora pensai di dare un’occhiata da vicino alla nuova cucciolata e misi davanti ai loro musetti curiosi quel poco di cibo che avevo con me, accarezzandoli. Ero piegata verso di loro per cui non mi accorsi che Coca era silenziosamente tornata. Se ne accorse il mio fondoschiena. Perché Coca mi diede una piccola lezione: mi addentò ma non per farmi male, solo per ricordarmi che lei non mi aveva autorizzato ad avvicinarmi ai cuccioli.
Gli animali. Non sono capaci di crudeltà gratuite come invece gli uomini, alcuni uomini. E si rammentano di te anche quando non ti vedono per tanto tempo.
Incontrai Coca qualche anno dopo la laurea. Appena mi avvistò mi corse incontro festante, annusandomi e accarezzandomi con le zampe anteriori. Era molto vecchia ma era sempre bellissima. Fu l’ultima volta che la vidi.

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Nelle immagini , foto fatte con il
cellulare e vecchie foto.
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Foto sopra: Ciccia e Coca
(come ci chiamavano
scherzosamente;
naturalmente Coca è quella
senza tuta da ginnastica).
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Foto lato: Ginger e Fred,
due dei cuccioli di Coca.
Fred è quello
nero davanti alla porta -finestra
con la tenda bianca,
che era poi il mio
appartamento universitario
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