Il mio amico Bardaneri sta, da tempo, analizzando il fenomeno del banditismo sardo dedicando a questo argomento una serie di post molto interessanti. Leggendoli mi sono detta che in fondo anche il banditismo calabrese ha più o meno la stessa origine, anche se con sviluppi differenti e situazioni sociali differenti. Mi sono ripromessa di scriverne poiché è un argomento che mi interessa molto e anche perché ha toccato la mia famiglia (o meglio, quella di mia madre) direttamente.
Ma cominciamo dall’inizio.
Non tutti sanno, ad esempio, che la terra che oggi viene chiamata Calabria ( una
parte di essa) un tempo era chiamata Italia. Eh si, il nome della nostra nazione arriva proprio da qui.
Poi vi fu lo splendore derivante dall’essere colonia greca e nel periodo in cui questo significava il massimo sviluppo della civiltà. La Calabria rappresentò una delle méte più ambite del movimento migratorio diretto verso quella parte dell'Italia meridionale cui fu attribuita la denominazione di Magna Grecia e Reggio, Sibari, Crotone e Locri costituirono i capisaldi ed i centri propulsori dell'ellenismo in Calabria. Mentre, però, in Grecia Alessandro Magno s'impadroniva dell'impero persiano, cominciava in Calabria il declino della Magna Grecia, con l’arrivo dei Bruzi, popolo proveniente dall’Italia centrale. Un declino che no si arrestò più. Scelte “politicamente sbagliate” ( come ad esempio parteggiare per Annibale contro i romani) , invasioni barbariche ( chi non ricorda il mitico Alarico e il suo tesoro?) e tutte le dominazioni successive fino ad arrivare alla dominazione spagnola segnò la progressiva perdita di importanza di questa parte d’Italia; seguì il progressivo impoverimento e l’inizio di gravi differenze sociali che vedeva contrapposte popolazioni senza neppure il necessario per vivere e una esigua classe baronale arrogante, violenta, dispotica ed accentratrice di ricchezze. Arrivarono dunque, i Borboni con le loro riforme “illuminate” – almeno all’inizio – ma lo stato di arretratezza della Calabria, e di tutto il regno di Napoli, era troppo profondo perché le riforme borboniche potessero essere efficaci. A poco o niente servirono le riforme di Giuseppe Bonaparte,al quale si deve l'abolizione della feudalità che pose le premesse per l'affermazione della borghesia; oppure quelle di G. Murat che consegurono notevoli progressi nel tenore di vita e nell'ordinamento civile. Finito il periodo napoleonico, i Borboni ritornarono ancora a Napoli instaurando un regime di reazione, chiuso ad ogni prospettiva di libertà.
Ecco, questo è lo scenario - sintetico per ovvie ragioni - nel quale prese piede il banditismo, dalla fine del cinquecento in poi con la punta più tragica che si ebbe ad inizio ‘800.
[…continua]

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