"È sempre accaduto che l'amore abbia ignorato
quanto fosse profondo fino al momento del distacco"
K. Gibran
Camminai e camminai. Il sentiero in salita, che mi conduceva in quel punto esatto del bosco, non era per niente agevole per una come me, disabituata alle asperità del terreno scosceso.
Un sorriso, sentii un sorriso aleggiare sulle mie labbra al pensiero della prossima inevitabile discesa e quel che rappresentava la discesa nella mia vita. Affrontavo meglio le salite, non c’è che dire. Le discese le facevo sempre rovinosamente ma nelle salite ero bravissima. Esattamente come i muli.
Mio nonno materno aveva un mulo, ed io avevo poco più di due anni quando il nonno morì. Eppure è stampata nella mia mente l’immagine di loro due vicini, proprio come se avessi la foto tra le mani: un uomo altissimo, imponente, bello, con due grandissimi occhi verdi, di un verde speciale come le foglie tenere del bosco che stavo attraversando. Un uomo, Francesco, ed il suo mulo tutto nero, Martino.
Avevo due anni ma riconoscevo a distanza il calpestio degli zoccoli di Martino, che copriva il passo felpato del nonno.
La foto mnemonica mi rimanda un’immagine felice, l’immagine di me bimba che mi catapulto giù per la scalinata, fatta di pietre sconnesse, perché lì avrei trovato due braccia di nonno ad accogliermi e la maestosità, ai miei occhi, di un mulo tutto nero che mi guardava di sottecchi, quasi a sorridermi. E poi il nonno che, alleggerito il mulo del suo carico, mi issava in groppa e mi faceva abbracciare stretta il suo collo. E Martino che non si muoveva, mansueto, si prendeva il mio abbraccio.
Altro tempo, altre immagini. Più tardi, molto più tardi nel tempo, rivedo me bambina solo un po’ più grande, aggrappata alle ampissime gonne di una nonna vestita di nero, che preferiva abbandonare gli agi di casa sua, per seguirla verso la campagna dove andava a lavorare. Testarda come un mulo, ero disposta a sorbirmi ore di prediche pur di andare con lei; non mi lesinava mai le sue affettuose prediche, che ora ricordo con nostalgia, perché non sapendo camminare in discesa, tendevo sempre a ruzzolare e con le mie zie che erano costrette a prendermi in braccio per evitare che finissi nella scarpata o nel fiume, rallentando il viaggio e facendo perdere loro prezioso tempo di lavoro.
“Tu sei un mulo!!! Tu sei come un mulo, testarda e impacciata nelle discese” E nella mia mente ritornava l’immagine maestosa e quieta di Martino, poi venduto in fretta perché la sua presenza arrecava dolore infinito. E mi sembrava una cosa bellissima assomigliare a Martino. Una cosa di cui andare fieri.
Ecco, ora avevo raggiunto il punto preciso della mia montagna. Tra fiori spontanei, faggi e pini, in quel punto e solo in quello, la montagna permette di avere una visuale mozzafiato sullo Ionio sottostante.
Il mare sembrava ad un passo, eppure era a chilometri; diviso dalla montagna da chilometri di discesa rapidissima. Come le tante discese che hanno caratterizzato la mia vita: discese vertiginose seguite da risalite faticosissime e dolorose. Sempre più faticose.

Immagine: Foto di Melchisedec, che ringrazio infinitamente

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