Avevo pensato di aspettare il fischio finale dell’arbitro per scrivere della “mia” Inter, il fischio che avrebbe decretato la vittoria e quindi lo scudetto, oppure il contrario. Invece ho deciso di scrivere prima della partita Inter- Siena. Voglio scrivere prima perché voglio ragionare con calma su questa cosa affascinante per alcuni o aberrante per altri che è il calcio. Il calcio e il tifo per una squadra. Cosa sono per me.
Avevo intorno a 10, 11 anni quando decisi “ a tavolino” che l'Inter sarebbe stata la MIA squadra ma non sapevo neppure cosa fosse il tifo per una squadra o cosa fosse il gioco del calcio.
Certo, come tutti i bambini italiani che vivevano qualche anno fa in piccoli paesi, tirare calci a un pallone era quasi obbligatorio, c'era poco altro da fare. Io non facevo eccezione. Come bambina avrei dovuto preferire bambole e giochi “femminili” ma in realtà a me le bambole annoiavano da morire. Appena le ricevevo ( e non erano tantissime eh, i miei giochi sono stati pochini) le smontavo sistematicamente, ero curiosissima di come fossero fatte dentro. Poi se riuscivo le rimontavo, ma in generale finivano tristemente in un angolo.
Di contro la mia compagnia di giochi, la mia banda era composta quasi totalmente da maschi, io e Maria Teresa eravamo le uniche bambine ( più tardi si sarebbero unite altre due, ma per anni fummo solo noi due) ed è logico che i giochi fossero maschili.
Quindi il calcio e come porta la saracinesca di un garage, con qualcuno che sistematicamente ci gridava di smetterla, perché i colpi di pallone sulla porta di ferro facevano un chiasso infernale. Beh, noi - ovviamente - non si smetteva, si continuava.
Nel gruppetto c’era un ragazzo, che con gli occhi di adesso definirei arrogante e prepotente, il quale voleva per forza comandare su ogni cosa, dirci tutto. Lui si diceva della Juve ( lo era suo padre) e ci teneva dei lunghissimi sermoni sulla Juve su come fosse la squadra più forte al mondo , la più bella , la più… La più.
Per un po’ accettai questo stato di cose ma un ben presto mi seccai anche perchè il mio carattere, fino ad certo punto della mia vita, fu forte e volitivo e mal sopportavo gli atteggiamenti bullistici e prepotenti, viziata moltissimo non accettavo mai che qualcuno mi comandasse. Non avevo un padre tifoso, anzi mio padre non sapeva neppure cosa fosse il calcio, quindi non avevo riferimenti o appartenenze da far valere ma avevo deciso che mi serviva una squadra e che non fosse la Juve.
Tra i giochi della mia banda c’era “coppola e barretta” (spero di ricordarmi bene, al limite se passa Michele mi corregge) un gioco che consisteva nel piegare longitudinalmente le figurine dei calciatori, poi piegate si posizionavano a due e a tre o più(dipendeva dalla bravura) e con dei colpi sferrati con la mano stretta a formare un incavo si cercava di far ribaltare le figurine senza sfiorarle. Se si riusciva a ribaltarle, si vincevano. Naturalmente il più “figo” del gruppo era quello che vantava il maggior numero di figurine.
Io ero una schiappa , il mio mazzetto di figurine era sempre scarso ma il giorno che vinsi contro il bullo del gruppo tornai a casa trionfante. Tra le figurine dei calciatori vinti c’erano Facchetti e Mazzola. Quel giorno decisi che la mia squadra sarebbe stata l’Inter.
Poi gli anni scivolarono via veloci; di quella freschezza di bambini non rimase quasi niente ma nel cuore mi era rimasto l'amore per la squadra. Questa volta non più scelta per ripicca ma per simpatia.
Essere dell'Inter, come per qualunque altra squadra , significa riconoscersi in un’appartenenza, una identità. Io non ne ho particolarmente bisogno non solo perché non frequentando club, ritrovi o stadi non ho investito su questo aspetto ma anche , e soprattutto, perché la mia costruzione di identità è abbastanza solida e avvenuta in altri ambiti; lo stesso, però, c’è quella sorta di piacevole “riconoscimento” nei colori nerazzurri.
Essere dell’Inter, avrei scoperto con il tempo, era una sorta di missione sociale. Una fede, un dogma. Una squadra, l’Inter, che sa perdere partite “sicure” con una tifoseria messa spesso alla berlina dalle altre. Eppure la più numerosa tifoseria italiana. Ci deve essere del magico in questa squadra per aver questo.
Comunque andrà domani, mi piace dire al mondo :“Io sono interista”
L'immagine mi è stata regalata da Semedimela tantissimo tempo fa
Prosegue l'iniziativa "Aiuta a far volare un sogno più in alto" QUI per saperne di più.
categoria:ricordi, società, briciole danima



















Giuseppe, convinto antifascista,
La storia di Ciccia e Coca.
Due anni fa, pubblicavo il post che leggete di seguito. Me ne sono ricordata stasera, perché stasera ero accanto a mia mamma, come due anni fa, davanti al caminetto, a parlare della giornata, delle cose fatte, da fare. Una di quelle abitudini che si prendono nel tempo e che nella loro semplicità segnano l’esistenza dando, forse, un significato all’esistenza umana.
Il valore del silenzio. In un mondo che gronda parole, che non può farne a meno