sabato, 10 maggio 2008

davidAvevo pensato di aspettare il fischio finale dell’arbitro per scrivere della “mia” Inter, il fischio che avrebbe decretato la vittoria e quindi lo scudetto, oppure il contrario. Invece ho deciso di scrivere prima della partita Inter- Siena. Voglio scrivere prima  perché  voglio ragionare con calma  su questa cosa affascinante per alcuni o aberrante per altri che è il calcio. Il calcio e il tifo per una squadra. Cosa sono per me.

Avevo intorno a 10, 11 anni quando decisi “ a tavolino” che l'Inter sarebbe stata la MIA squadra ma non sapevo neppure cosa fosse il tifo per una squadra o cosa fosse il  gioco del calcio.

Certo, come tutti i bambini italiani che vivevano qualche anno fa  in piccoli paesi, tirare calci a un pallone era  quasi obbligatorio, c'era poco altro da fare. Io non facevo eccezione. Come bambina avrei dovuto preferire bambole e giochi “femminili”  ma in realtà a me le bambole annoiavano da morire. Appena le ricevevo ( e non erano tantissime eh, i miei giochi sono stati pochini) le smontavo sistematicamente, ero curiosissima di come fossero fatte dentro. Poi se riuscivo le rimontavo, ma in generale finivano tristemente in un angolo.

Di contro la mia compagnia di giochi, la mia banda  era composta quasi totalmente da maschi, io e Maria Teresa eravamo le uniche bambine ( più tardi si sarebbero unite altre due,  ma per anni fummo solo noi due)  ed è logico che i giochi fossero maschili.

Quindi il calcio e come porta la saracinesca di un garage,  con qualcuno che sistematicamente ci gridava di smetterla, perché i colpi di pallone sulla porta di ferro facevano un chiasso infernale.  Beh, noi  - ovviamente - non  si smetteva, si continuava.

Nel gruppetto c’era un ragazzo, che con gli occhi di adesso definirei arrogante e prepotente, il quale voleva per forza comandare su ogni cosa, dirci tutto. Lui si diceva della Juve ( lo era suo padre)  e  ci teneva dei lunghissimi sermoni  sulla Juve su come fosse la squadra più forte al mondo , la più bella , la più… La più.

Per un po’ accettai questo stato di cose ma un ben presto mi seccai anche perchè il mio carattere, fino ad certo punto della mia vita, fu  forte e volitivo e mal sopportavo gli atteggiamenti bullistici e prepotenti,  viziata moltissimo non accettavo mai che qualcuno mi comandasse.  Non avevo un padre tifoso, anzi mio padre non sapeva neppure cosa fosse il calcio, quindi non avevo riferimenti o appartenenze da far valere  ma  avevo deciso che mi serviva una squadra e che non fosse la Juve.

Tra i giochi della mia banda c’era “coppola e barretta” (spero di ricordarmi bene, al limite se passa Michele mi corregge) un gioco che consisteva nel piegare longitudinalmente  le figurine dei calciatori, poi piegate si posizionavano a due e a tre o più(dipendeva dalla bravura)  e con dei colpi sferrati con la mano  stretta a formare un incavo si cercava di far ribaltare le figurine senza sfiorarle. Se si riusciva a  ribaltarle,  si vincevano. Naturalmente il più “figo” del gruppo era quello che vantava il maggior numero di figurine.

Io  ero una  schiappa , il mio mazzetto di figurine  era sempre scarso  ma il giorno che vinsi  contro il bullo del gruppo tornai a casa trionfante. Tra le figurine dei calciatori vinti c’erano Facchetti   e Mazzola. Quel giorno decisi che la mia squadra sarebbe stata l’Inter.

Poi gli anni scivolarono  via veloci;  di quella freschezza di bambini non rimase quasi niente ma nel cuore mi era rimasto l'amore per la  squadra. Questa volta non più scelta per ripicca ma per simpatia.

Essere dell'Inter, come  per qualunque altra squadra , significa  riconoscersi in un’appartenenza, una identità.  Io non ne ho particolarmente bisogno non solo perché non frequentando club, ritrovi o stadi non ho investito  su questo aspetto  ma  anche , e soprattutto,  perché la mia costruzione di identità è abbastanza solida e  avvenuta in altri ambiti;  lo stesso, però,  c’è quella sorta di  piacevole “riconoscimento”  nei colori nerazzurri.

Essere dell’Inter, avrei scoperto con il tempo,  era una sorta di missione sociale. Una fede, un dogma.  Una squadra, l’Inter, che sa perdere partite “sicure” con una tifoseria messa spesso alla berlina dalle altre. Eppure la più numerosa tifoseria italiana. Ci deve essere del magico  in questa squadra per aver  questo.

Comunque andrà  domani, mi piace dire  al mondo :“Io sono interista”

                                                                                   L'immagine mi è stata regalata da Semedimela tantissimo tempo fa

 


 

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venerdì, 02 maggio 2008

nonnoGiuseppe, convinto antifascista,  in questi giorni del 2008 avrebbe sofferto.

Avrebbe sofferto nel non vedere rappresentata la sinistra in Parlamento, quella sinistra in cui lui credeva e per la realizzazione della quale aveva lottato tutta la sua vita, mentre un ex fascista è Presidente della Camera.

Così come avrebbe sofferto negli anni ottanta e primi novanta del secolo scorso, nel vedere lo scempio che si era fatto del Partito socialista, dove era arrivato, cosa fosse diventato. Perché Giuseppe era un socialista “puro”, uno della prima ora. Aveva aderito a quella idea romantica di uguaglianza tra le persone, quella idea che combatteva contro lo sfruttamento di un simile su un proprio simile.

Era un tipo romantico Giuseppe, ebbene si,  che credeva molto in quel che faceva e che, quando sposava una causa dava l’anima per la sua realizzazione, impegnandosi a fondo e con coscienza. Era andata così anche quando aveva combattuto sul Carso, durante la  grande guerra, spendendosi per i suoi commilitoni e ricevendo anche una medaglia al valor militare a guerra finita.

Che beffa il documento che accompagnava quella medaglia! Portava la firma di Benito Mussolini ministro della guerra. Voleva buttarla via e non lo fece solo perché fu convinto da sua moglie a non farlo, finì in un cassetto finché – tanti anni dopo - mani amorevoli non la incorniciarono.

Già, sua moglie Francesca, una donna che era il suo opposto: pragmatica e riflessiva, tanto quanto lui era idealista e impulsivo. Lui era un poeta e lei era analfabeta, lui era un agiato borghese, dipendente statale e proprietario terriero, e lei era figlia del suo colono. Eppure lui per lei aveva abbandonato la fidanzata di pari rango che la famiglia gli aveva trovato: che scandalo fu, in quel piccolo paese di provincia arroccato sui monti! Ma aveva trionfato l’amore, cosa rarissima per quei tempi.

Si erano sposati dopo l’avvento del fascismo e l’unione aveva portato una bellissima bimba, Gabriella. Lei si dedicava alla casa, aveva smesso di lavorare in campagna e ci andava solo per sua abitudine e piacere personale. Ma anche a casa faceva poco: quel marito innamorato, che le dedicava poesie, declamate la sera accanto al caminetto perché lei non sapeva leggere, aveva provveduto ad assumere un aiuto poiché non voleva che sua moglie si affaticasse. Aveva lavorato e sofferto già troppo nella sua vita, le diceva.

Solo un argomento portava qualche dissapore tra i due: l’impegno politico. Erano tempi duri per chi si opponeva al regime fascista e lei non riusciva proprio a capire chi glielo faceva fare a suo marito a vedersi di nascosto con i suoi compagni, a predicare per le strade. Un giorno portò a casa quell’avvocato comunista di Cosenza e quel geometra socialista di Castrovillari insieme a tanta altra gente. Quel giorno lei si arrabbiò proprio. Avevano una figlia, doveva pensare a lei, come faceva ad essere così incosciente?

Un mese più tardi lui arrivò rabbuiato in volto. Le disse che Fausto Gullo, l’avvocato che a lei non era piaciuto perché troppo esagitato, era stato arrestato e si temeva per la sua vita. Lei era intelligente, non gli disse: te l’avevo detto, anzi cercò di rincuorarlo come poteva, ma in cuor suo la preoccupazione crebbe. Qualche mese dopo, era il tardi pomeriggio di una ancora calda giornata autunnale, lui tornò a casa scuro in volto e con gli occhi gonfi di lacrime: un gruppo di squadristi aveva picchiato fino alla morte De Simone, quel geometra occhialuto che aveva partecipato a quella riunione tempo prima.

Lui le aveva preso le mani nelle sue, gliele aveva strette e senza smettere di piangere le aveva detto che davanti a se aveva solo due alternative: o rischiare la vita - tanto stavano prendendo tutti, sarebbero arrivati a lui - oppure scappare. Lei non ci pensò un attimo: fuga! Almeno avrebbe avuto qualche speranza di aver salva la vita.

Così lui partì nottetempo, clandestino su una nave, con la tristezza nel cuore e lei rimase al paese, con una figlia ed una casa da curare ed un figlio, avrebbe scoperto più tardi, in arrivo.

Furono anni durissimi. Lui con un dolore nel cuore, non poter stringere tra le braccia Gabriella e quel figlio che nel frattempo era nato e con l’altro dolore nel cuore, stare lontano dalla sua amatissima sposa. Nelle serate di tristezza scopriva sentimenti di gelosia acuta e scriveva lettere struggenti, accompagnandole con poesie. Un po’ si limitava nello scrivere poiché sapeva che sua moglie non sapeva leggere e doveva ricorrere ad estranei, ma non riusciva a trattenere i suoi sentimenti, le sue emozioni e intanto, con il suo lavoro di calzolaio risparmiava quanto poteva per poter mandare in Italia denaro e poi anche farina, zucchero e tutto quel che poteva, compresi i vestiti.

Un dolore immenso lo colpì all’arrivo di una lettera, scritta freddamente da mani estranee anche se portava il nome di sua moglie: era morta la sua amatissima figlia Gabriella. Un dolore sordo, lo colpì in pieno petto. Urlò tutta la sua rabbia contro quei disgraziati che avevano rovinato la sua vita togliendogli quello che di più caro aveva, la sua famiglia; cercò di tornare in Italia ma non vi riuscì.

Tornò nel 1944  finalmente, per abbracciare quel bambino, suo figlio, che non conosceva e stringere tra le sue braccia la donna che amava sopra ogni cosa.

Quel bambino era mio padre. Giuseppe e Francesca erano i miei nonni.

Ho molte di quelle lettere e quelle poesie.

 


 

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Il brano che state ascoltando è

Giorni dispari  - L. Einaudi

 

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martedì, 25 marzo 2008

La storia di Ciccia e Coca. Una storia di amicizia, di rispetto e di bellezza.

Coca la incontrai tanto tempo fa. Era una giornata piovosa e fredda. Io,  da poco in pianta stabile all’università anche se non matricola, ero andata a chiamare casa. Non c’erano telefonini, e questo dà un po’ l’idea di quanti secoli  siano passati da allora.

Davanti al centralino c’era questa Cana che era seduta, forse aspettava qualcuno, non saprei. Ad un certo punto  passò un motorino, un rumorosissimo vecchio “Ciao”, con su un ragazzo con un qualcosa di bianco, un maglioncino forse.

La cana, ancora non sapevo si chiamasse Coca,  al passaggio del motorino saltò su come  se avesse visto un fantasma, digrignò i denti e cominciò ad abbaiare furiosamente. Il mio primo moto fu di spavento. Poi qualcuno disse: “non ti preoccupare, ce l’ha solo con quelli in motorino”.

Non so cosa successe di preciso, tra noi. So solo che, passato rapidamente lo spavento,  mi rivolsi a Coca come  se fosse una persona conosciuta e comincia a dirle: “cucciola…che ti hanno fatto per essere così aggressiva? Calmati ora, il motorino è andato via”. Coca mi guardò dritto negli occhi, potrei giurare che mi sorridesse, che mi capisse. Si calmò, cominciò ad agitare festosamente la coda e mi si avvicinò.

Ecco, l’amicizia tra me e lei cominciò così.

In seguito non ci fu giorno che io, tornando da mensa, non avessi un piccolo bocconcino per Coca, che mi aspettava – sempre – davanti all’appartamento dove abitavo.

Scoprii con il tempo  cosa gli fosse successo da renderla aggressiva in particolari situazioni: un ragazzo su un motorino e in camicia bianca, un giorno l’aveva picchiata selvaggiamente e senza un apparente motivo. E lei se lo ricordava eccome.

Scoprii anche - con il tempo, il tempo della nostra amicizia - che Coca era una madre attenta e premurosa. Aveva il suo rifugio in un piccolo spazio abbandonato, che era stato un tempo una sorta di magazzino per gli attrezzi del giardino. Lì faceva nascere e cresceva i suoi cuccioli. Ma era molto prudente. Stava sempre un po’ distante dal suo rifugio  e controllava a vista.

Il  cibo che salivo lo lasciavo invariabilmente li davanti e poi ci pensava Coca a portarlo ai cuccioli; e non ero la sola a fare così, come me anche altri  perchè Coca era stata "adottata" da molti. Un giorno, salita da mensa, Coca non c’era. Allora pensai di dare un’occhiata da vicino alla nuova cucciolata e misi davanti ai loro musetti curiosi quel poco di cibo che avevo  con me, accarezzandoli. Ero piegata verso di loro per cui non mi accorsi che Coca era silenziosamente tornata. Se ne accorse il mio fondoschiena. Perché Coca mi diede una piccola lezione: mi addentò ma non per farmi male, solo per ricordarmi che lei non mi aveva autorizzato ad avvicinarmi ai cuccioli.

Gli animali. Non sono capaci di crudeltà gratuite come invece gli uomini, alcuni uomini. E si rammentano di te anche quando non ti vedono per tanto tempo.

Incontrai Coca qualche anno dopo la laurea. Appena mi avvistò mi corse incontro festante, annusandomi  e accarezzandomi con le zampe anteriori. Era molto vecchia ma era sempre bellissima. Fu l’ultima volta che la vidi.

 

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Nelle immagini , foto fatte con il

cellulare e vecchie foto.

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 Foto sopra: Ciccia e Coca

(come ci chiamavano

scherzosamente;

naturalmente Coca è quella

senza tuta da ginnastica).

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Foto lato: Ginger e Fred,

due dei cuccioli di Coca.  

Fred è quello  

nero davanti alla porta -finestra

con la tenda bianca,

che era poi il mio

appartamento universitario

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categoria:ricordi, atmosfere, briciole danima
mercoledì, 23 gennaio 2008

Due anni fa, pubblicavo il post che leggete di seguito. Me ne sono ricordata stasera, perché stasera ero accanto a mia mamma, come due anni fa, davanti al caminetto, a parlare della giornata, delle cose fatte, da fare. Una di quelle abitudini che si prendono nel tempo e che nella loro semplicità segnano l’esistenza dando, forse, un significato all’esistenza umana.

 

Ieri, nel primo pomeriggio, la neve ha cominciato a cadere copiosa ( ha continuato anche stanotte a dire il vero e stamattina avevamo 30 cm di neve  che, durante l’arco della giornata, è salito ancora visto che non ha mai smesso completamente di nevicare. Oggi il paesaggio è quello che vedete nella cartolina in alto). Il mio stato d’animo non era dei più tranquilli e avevo un appuntamento dal medico nel pomeriggio.  Io adoro la neve. Mi da un senso di pace incredibile. L’adoro particolarmente quando inizia la sua bellissima danza, quando il mondo sul quale cade comincia a tingersi qua e la di bianco, a chiazze. E adoro camminare sotto la neve che cade, naturalmente senza ombrello, lasciandomi accarezzare il viso dai suoi petali ghiacciati.  Sembrano tanti punti di spillo che durano un istante. Una sensazione bellissima. Dovevo uscire e quindi mi apprestavo a farmi questa piacevolissima passeggiata che di sicuro, mi ero detta, avrebbe placato il mio animo tormentato.

Premetto una cosa prima di continuare. Io sono caratterialmente scettica.  Mai creduto in nulla che non sia scientificamente dimostrato o dimostrabile.  Non credo e non do alcun valore a quelle che sono chiamate comunemente coincidenze e non credo assolutamente al “fato”. Sono fondamentalmente uno spirito laico ed anticlericale e non credo ( forse dovrei dire non credevo) nell’esistenza di “un aldilà”. Invece…

Ieri mi è successa una cosa che ha dell'incredibile, io stessa ho dovuto rifletterci a mente fredda e mettere insieme frammenti della mia vita per riuscire a dare un senso a quel che mi è capitato....

Stavo aspettando l'ora dell'appuntamento che avevo con il mio medico per una visita che si annunciava delicatissima per me.

Ero qui al pc... a casa tutto tranquillo, nessun rumore neanche fuori dove grazie ai primi fiocchi di neve che cadevano anche la vita si era rarefatta... erano le 17 circa.

Dovete sapere che il pc è posizionato sulla scrivania del mio piccolo studio e questa stanza dà direttamente sull'ingresso. Io avevo la luce che dava sulla tastiera accesa,  mentre l'ingresso era al buio.

Bene in quel silenzio totale ad un certo punto sento la maniglia della porta di ingresso aprirsi ( fa un piccolo rumore metallico) e la porta stessa aprirsi di qualche centimetro. Non sono una persona paurosa... mi alzo di colpo e vado a vedere pensando di aver lasciato il portoncino che da sulla strada aperto: nulla, era chiuso.

Accendo tutte le luci, per capire se qualcuno è li, nulla.

Quindi niente vento, niente persone, niente di niente. Eppure la porta si è aperta, il rumore si è sentito. Non so perchè ma a questo punto vengo pervasa da una sensazione strana, come una presenza inquieta. Ma è solo una sensazione, la mia mente si rifiuta di pensare ad altro.

Chiamo mia madre la quale non ha motivo di dubitare delle mie parole ( mai avute "visioni" o vissuto  situazioni analoghe) e mi dice che magari era solo un movimento naturale della porta.

E' una spiegazione risibile ma io ci credo, CI VOGLIO CREDERE.

Ben presto la preoccupazione per il mio stato di salute riprende il sopravvento, esco per andare dal medico e a questo accadimento  non penso più.

La sera, sul tardi, facendo la solita chiacchierata serale con la mia mamma vicino al caminetto ripercorriamo insieme la giornata.  Come al solito.

Ad un certo punto, riparlando della porta che ho visto aprirsi e soprattutto sentito  il rumore della maniglia che si abbassava, come colpita da un pensiero improvviso mia mamma esclama: ma che ora era quando hai sentito la porta? “Verso le 5”rispondo   “perchè mi chiedi?”

"Perchè 30 anni fa esattamente lo stesso giorno alla stessa ora moriva tua nonna"

(Era la nonna di cui porto il nome, che mi voleva bene al di la di ogni possibile spiegazione e che, durante la sua lunga agonia aveva perso la capacita di riconoscere le persone.  Non riconosceva nessuno,  tranne me ; riconosceva la mia voce. E, particolare non trascurabile,  è spirata tra le mie braccia di adolescente).

Sono seguiti minuti di silenzio, tra me e mia mamma, quasi a cercare una presenza “altra”.

Dopo questa frase di mia mamma è come  se avessi visto uno spiraglio di luce, il mio animo ha perso ansia e tormento, sono stata pervasa da una stranissima, bellissima pace interiore.

Ieri è una giornata delicatissima per me, quando stavo andando dal medico avevo l'animo cupo e pesante.

Quando mi sono avviata per  andare  a letto, invece, avevo una sensazione lieve, di leggerezza quasi come se fossi cullata da un suono dolcissimo.

Non avevo minimamente pensato a mia nonna nei giorni precedenti, almeno consciamente.  Ero molto turbata, è vero. Molto preoccupata, ma non è mio costume, abitudine rivolgermi a santi o a defunti per chiedere “aiuto”.  E allora mi chiedo perchè mi sia successo questo. A me, scettica per definizione; a me che faccio fatica a credere a tutto quello che non è dimostrabile, scientifico. A me.  E poi, perchè ora? Perchè in questo momento? Cosa è cambiato in me?

Un mio amico mi ha spiegato che ho vissuto un’esperienza ADC ( acronimo anglosassone che sta per After Death Experiences, letteralmente: esperienze dopo  morte) di tipo “ sensitivo” e la prova sta nel fatto che ho avvertito un senso di pace e di rassicurazione.

 

Voi che  ne pensate? Avete mai avuto esperienze del genere?

postato da: perlasmarrita alle ore 23:26 | Permalink | commenti (23)
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lunedì, 07 gennaio 2008

Scrive Kafka:"Le sirene possiedono un'arma più temibile del canto,cioè il loro silenzio. Non è avvenuto, ma si potrebbe pensare che qualcuno si sia salvato dal loro canto, non certo dal loro silenzio."

tlIl valore del silenzio. In un mondo che gronda parole, che non può farne a meno  a volte mi trovo a disagio. Io amo il silenzio, mi piace immergermi in esso e in esso trovare risposte ai perché che mi porto dietro come una condanna, mi sembra.

Perché dico questo. Perché il periodo appena passato - periodo che io detesto  e per molti motivi, non solo per quell’aria di festa che lo caratterizza, un’aria di festa  molte volte finta – è stato convulso per me. E troppo "rumoroso"

Speso tra mille cose da fare, tradizioni da rispettare e un’infinita solitudine in fondo al cuore. In tutto questo bailamme un vecchio fantasma ha fatto capolino, prendendomi alla sprovvista. Io credevo di averlo ricacciato nelle ombre della dimenticanza, di aver archiviato la sua immagine, un archivio senza ritorno.   Ma non era così, evidentemente.

Allora oggi ho  finalmente ricreato intorno a me il silenzio; per ascoltare il mio cuore battere, per cercare di ricordare quale rumore produce il battito di un altro cuore. Non sono riuscita a ricordarlo. Forse era troppo distante da me, forse  ho foderato le mie orecchie di cera, ma questo non mi ha impedito di chiedermi se fosse davvero il silenzio, la condizione agognata. Non mi ha impedito di chiedermi come fare a  riconoscere, davvero, il rumore di un altro cuore. Che batte.

 

E all’improvviso,

in un giorno quasi estivo

fatto  di pioggia ,

mentre le gocce, imperiosamente,

tamburellavano sul mio cuore

mi sono scoperta

a inseguire i miei sogni.

Ho cercato a lungo,

nel labirinto del mio animo,

rovistando nei dedali

della mia mente distratta

Ed è stata emozione

ritrovare il fondo al cammino

brandelli di sensibilità.

Ed è stata sofferenza,

ritrovare il fondo al cammino,

brandelli di sensibilità

ornati di filo spinato.

Francesca

  

postato da: perlasmarrita alle ore 22:01 | Permalink | commenti (34)
categoria:emozioninpoesia, briciole danima
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